La Rubrica online “Piazza Navona” è lieta di ritrovare lo scrittore ed editore bresciano Giovanni Peli e di rendere omaggio al suo ritorno alla poesia presentandovi la sua ultima pubblicazione dal titolo Altra forma viva (Lamantica Edizioni). E non perdete l’Incontro con l’Autore!
La trama

Altra forma viva è l’ultima raccolta poetica di Giovanni Peli. Quarantotto componimenti in cui Peli guarda dritto in faccia la realtà circostante, i cambiamenti – anche privati – che si succedono attorno a lui: il senso e l’essenza della paternità, la necessità di una evoluzione e di una trasformazione che si fa sinonimo di vita e di altra forma viva.
Sul libro
Per la Rubrica online “Piazza Navona” è sempre un piacere ritrovare Autori che, in passato, sono stati ospiti di questa piazza virtuale. Quando desiderano tornare a condividere le proprie opere e la propria scrittura con i nostri lettori è una grande gioia. Ciò significa che si sono creati una magia e un rapporto di fiducia e stima reciproci. Oggi è un piacere avere con noi Giovanni Peli che, dal 2020, ha condiviso con noi le sue opere e i suoi mondi anche distopici: Sulla soglia, La vita immaginata, Fermate la produzione!, Veranio e L’ultimo irresistibile Mega Evento per super ricchi della storia d’Europa.
Nell’aprile 2026 Lamantica Edizioni pubblica la raccolta poetica Altra forma viva dello scrittore, poeta e editore (anche di se stesso) bresciano impreziosita dall’introduzione di Daniele Gigli. E pensare che, solo nel 2024 con la pubblicazione di Poesie 1994-2024, aveva fermamente dato l’addio alla poesia. Forse, per comprendere questo “ritorno” al verso dobbiamo ricordare il daimon e la “teoria della ghianda” di cui James Hillman ci racconta nel suo meraviglioso libro Il codice dell’anima. Qui, infatti, è scritto:

A questo punto, diventa straordinariamente facile comprendere la nostra vita: comunque siamo, non potevamo essere altrimenti. Niente rimpianti, niente strade sbagliate, niente veri errori. L’occhio della necessità svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere.
Molto più semplicemente: Peli ha risposto a un forte richiamo proveniente dal suo profondo. Un richiamo a una parte imprescindibile di sé e a cui non ha potuto negare risposta.
Altra forma viva è un piccolo grande gioiello poetico di cui sono state pubblicate 150 copie numerate. Questa agile raccolta poetica è composta di quarantotto poesie che, prive di titolo, ricalcano fedelmente lo spirito e lo stile poetico di Peli. Nei suoi versi il poeta lancia uno sguardo onesto e critico su ciò che lo circonda, non perde occasione di chiamare per nome i suoi timori e le sue paure, non arretra di un passo di fronte all’oggettiva difficoltà di lasciarsi andare all’emotività, di osservare i suoi cambiamenti personali e il suo nuovo ruolo di padre. Non racconta visioni Giovanni Peli, attraverso i suoi versi – e un fugace uso del dialetto – parla di sé porgendo la mano al prossimo, ovvero con generosità.

Forse (ancora una volta), Giovanni Peli ha avuto bisogno di guardare e di guardarsi senza il filtro della distopia a lui tanto cara, e di lanciare uno sguardo obiettivo ed equilibrato a ciò che lo riguarda e che, in definitiva chi in un modo e chi in un altro, riguarda tutti.
È tempo della grande quiete scrive Giovanni Peli. Richiesta? Affermazione? Bisogno di avere certezze? Forse (di nuovo!) tutte queste “cose” assieme? Certo è che l’onestà poetica ed emotiva del poeta e scrittore bresciano sono lodevoli. E ammirevole è la sua capacità di assimilare e di credere nella trasformazione, nel principio – preso in prestito dalla fisica – di Antoine-Laurent de Lavoisier, padre della legge della conservazione della massa, secondo cui Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. È proprio il non cambiamento a intimorire Peli:
e ciò che più spaventa
è che il paesaggio non cambi
nonostante i lunghi fossi
il catrame, il caseggiato
dimenticato.

Però, ha anche un’arma segreta Peli, il suo essere padre conciliandolo con il mondo interno ed esterno:
(…) lui mi tiene la mano
tra le piccole dita mi muta
in amuleto d’ametista
che carezza la tenera cute.
Altra forma viva è un’esperienza di lettura che punta al futuro, nonostante tutto. Forse (è l’ultima volta!), Giovanni Peli ha avuto bisogno di guardare il suo futuro in versi. E, generosamente, lo ha condiviso con noi.
Incontro con l’Autore
Nel 2024 con Poesie 1994-2024 ha detto addio alla poesia. Oggi abbiamo il piacere di leggere i suoi nuovi versi. Come è stato ritrovare la sua poesia? E cosa l’ha spinta a questo passo così importante e significativo?

Due anni fa ero davvero convinto che non avrei più scritto poesie. Negli ultimi anni erano sempre più rare, spesso d’occasione o di un’amara ironia che derivava da una sfiducia verso quel gesto che mi era per così tanto tempo sembrato il più adatto per quello che volevo dire, un gesto che mi caratterizzava. Dal 2019 mi sono con tenacia dedicato alla fantascienza contemporanea pubblicando alcuni romanzi brevi, e questa nuova passione ha diminuito l’intensità con la quale ero solito dedicarmi ad altro, come la musica o la poesia. Dalla fine degli anni Dieci i temi urgenti che volevo trattare infatti non trovavano spazio nelle canzoni, che per me erano una sorta di variazione alla scrittura in versi pura. Canzoni e poesie, due facce della stessa medaglia, che erano intrise di cosiddetto “impegno”, per me non esplicitamente politico, quanto piuttosto un pensiero rivolto alla sperimentazione di cortocircuiti introspettivi che spesso parlavano di amore e in generale di comunicazione e che non riuscivano a portare avanti riflessioni profonde su altri temi. I nuovi temi necessitavano di prosa poetica o narrazione: critica sociale, cambiamento climatico, trasformazione, nuove forme di umanità in un nuovo rapporto con la natura. Spenta totalmente la vena poetica, dopo due anni di silenzio, è nata una riflessione, anche come lettore, su altri generi. A questo punto la poesia è tornata davvero inaspettatamente, direi misteriosamente. È stata un’esperienza importante. Per certi aspetti, paradossalmente, questo è come se fosse il primo libro di poesia: con altri ritmi e profondità rispetto alle opere precedenti.
Come è nato il progetto editoriale di Altra forma viva?

Non avevo intenzione di entrare in contatto con nessun editore specialistico di poesia, non mi piace entrare in una nicchia, per quanto possibile voglio restarne fuori, né per le stesse ragioni volevo entrare in alcun catalogo che non fosse quello di Lamantica, da me curato insieme a Federica Cremaschi. Una nicchia è una convenzione che ha a che fare col mercato e, a livello teorico, non volevo accostare questa possibilità in modo così sfacciato ad Altra forma viva. Se mi piacesse l’espressione “prodotto artistico” direi che alla creazione del prodotto concorrono anche queste riflessioni. Altra forma viva non è in primo luogo qualcosa che si compra, lo è secondariamente. Per quanto riguarda altri aspetti tecnici, pur non volendo nemmeno dover essere “valutato” da direttori editoriali – poiché secondo me la poesia non è affatto una cosa da valutare – ma essendo consapevole che le cose belle non nascono mai in completa solitudine, ho voluto avvalermi della collaborazione del traduttore e poeta Daniele Gigli che più volte mi ha onorato della sua attenzione e più volte aveva anche in passato apprezzato i miei versi, sapendo di trovare un alleato, “un’anima fraterna”. Fu il primo lettore, e la sua lettura, foriera di consigli, fu essenziale, da cui il coronamento del nostro incontro con la sua introduzione.
Durante la realizzazione di questa sua raccolta poetica qual è stato il suo rapporto con il verso e il foglio bianco?

Stranamente pacificato, come se i tormenti fossero già svaniti, asciugati, come se si mettessero da parte. Mettendomi a scrivere sapevo già dove andare. Le 48 poesie di questo libro, 48 come gli anni che compio quest’anno – erano 50 ma Daniele mi ha giustamente invitato a toglierne due, per ragioni estetiche ovviamente e non numerologiche – sono nate al volante, con i ritmi che si portavano dietro, sempre più invadenti, giravano nella mente, ne sentivo il suono che diventava parola, e il ritmo, spesso classicheggiante, imponeva pesi e contrappesi, le parole diventavano concetti che a loro volta diventavano nessi sintattici inaspettati, le frasi si concatenavano come ingranaggi, mentre guidavo, e in uno spontaneo senso di economia di materiale, tagliavo aggettivi o altri versi troppo esplicativi, e senza accorgermene raggiungevo una asciuttezza. Una poesia girava nella mente per un giorno più o meno, e la sera la trascrivevo. Una parte di me rimaneva per un giorno intero ancorata alla scrittura mentale, come una preghiera ripetuta a bassa voce. Una volta trascritta la poesia restava ad aspettare su un taccuino, tra righe o quadretti, pronta ad essere corretta, ci sono state alcune correzioni, anche in extremis, ovviamente, ma il grosso era già scritto, anzi trascritto, con una strana sensazione, come se fosse sotto dettatura. Ricordo che a volte ho usato anche il pc per la scrittura, come ho sempre fatto del resto, ma per questo progetto credo sia stato importante anche riprendere confidenza con la carta e la penna, come rievocando la giovanile abitudine dell’appuntare sull’agenda, in un perduto e imperfetto diario.
I componimenti raccolti in Altra forma viva non hanno titoli: a cosa è dovuta questa scelta?

Spesso i titoli mi sembrano troppo perentori, come se dichiarassero al lettore “ecco attento arriva una poesia”: mi piace immaginare invece, soprattutto d’ora in poi, che la poesia sia già presente, nella mente di tutti, rilkianamente sotto le palpebre di tutti, il poeta deve solo raccoglierla, sono gioielli caduti nel mare, sono vento che ci investe, gocce di pioggia. Emergono da un falso nulla che in realtà è pieno di invisibile realtà. Mi viene in mente il videoclip che Mario Martinazzi ha girato per il mio pezzo, ondeggiante tra cantautorato e ambient music, Limpido, così atteso, dove mani sembrano cercare qualcosa in acqua e poi sembrano anche afferrare qualcosa che non si vede, è l’acqua stessa che viene accarezzata, le mani riconoscono un elemento familiare, amoroso, le mani afferrano qualcosa di invisibile, un’energia vitale che sfugge troppo spesso alla nostra attenzione. Senza titoli mi pare che le poesie possano essere più facilmente intese così e soprattutto in Altra forma viva, avevo bisogno di questa possibilità ricettiva. In effetti anche nell’auto-antologia del 2024, nelle poesie scelte, anche dove in origine c’erano, li ho tolti.
Quali sono i poeti e i versi che hanno segnato profondamente il suo stile poetico e letterario?
Nella giovinezza ero un grande appassionato di Neoavanguardia ma con gli anni ho del tutto abbandonato questi influssi che ormai trovo troppo intellettualistici e credo che ripercorrere quelle strade oggi, o strade simili, sia uno sbaglio, che ci si trovi in una riflessione sul linguaggio datata, incapace di cogliere davvero il nostro tempo. Quindi la ripresa della poesia ha assunto tutt’altra forma. Ci sono state innanzitutto le letture dei grandi poeti della cosiddetta linea sabiana del Novecento e poi ancora più indietro i cosiddetti classici. In una delle mie re-immersioni, nei mesi precedenti alla composizione, sono stato catturato dal capolavoro Canti di Castelvecchio, penso sia questo il principale riferimento. L’amore per la poesia è stato davvero risvegliato da Pascoli e la sua poetica. Dentro di me si era instillata anche una speciale diffidenza per la poesia contemporanea e per tutto l’ambiente letterario e poetico che ho tangenzialmente frequentato. Non posso negare che questi fastidi (certamente anche superficiali o idiosincratici) mi abbiano indotto a ritenere per me superato e addirittura dannoso proseguire a scrivere versi. Ma questa sorta di rabbia e incomprensione è servita. Insomma “se ne scrivono ancora”. Anche il silenzio successivo al disagio è sicuramente servito: mi ha preparato a nuovi ritmi, che hanno portato riflessioni e parole. Ho ritrovato la necessità interiore della poesia, il voler dire qualcosa da zero, dare i nomi alle cose, seguire una nuova musica senza note, vicina al nulla della pre-nascita, volevo dire parole fondatrici, per me, con la certezza della loro profondità e quindi della possibilità che anche gli altri, tutti i plausibili lettori, potessero coglierla, perché ripulita anche da un eccessivo intellettualismo e una eccessiva autoanalisi, troppo centrata su me stesso.

Qual è la poesia o il verso che avrebbe tanto voluto scrivere? E perché?
Sono moltissimi, è una bella sensazione ammetterlo, in questo libricino tra l’altro ci sono molte citazioni nascoste, omaggi… Giudici, Penna, Pascoli, Marin, Pasolini, Dylan Thomas…ma ci sono anche riferimenti a Omero in più di un’occasione, e a Petrarca e Oscar Wilde, oltre che autocitazioni… e sicuramente qualcuno potrà trovare altro, scrivere significa anche mettersi in dialogo con i morti e proporre sguardi diversi ai vivi – i lettori – . I distici di Marin e Pascoli che ho messo in epigrafe alla prima e alla seconda parte sono anch’essi dei buoni esempi… ma se devo scegliere ora un verso direi “Quanto spera di campare Giovanni” di Giovanni Giudici.
In Altra forma viva sofferma il suo sguardo sulla nostra realtà e lo proietta al futuro attraverso la paternità e la figura di suo figlio. Possiamo dire che questa sua raccolta poetica è anche un omaggio, un augurio da parte di un padre alla crescita serena del proprio figlio?
Lo possiamo dire sicuramente, ma precisando che il figlio è il frutto della trasformazione. Proiettare qualcosa nel futuro, dopo i miei trascorsi fantascientifici, non è soltanto cantare una speranza, ma un consapevole costruire un immaginario. Per questo in Altra forma viva si allude anche a presenze ultraumane, mescolate a presenze animali, per questo si evocano viaggi spaziali e appunto la trasformazione. Fisica e mentale. Una trasformazione gioiosa, che porta a vincere il Male, o almeno a sapere che il Male può essere sconfitto, che porta finalmente a non avere (più) paura della morte, morte che infatti, nelle carte divinatorie, e altrove, è un’altra, forse ultima, trasformazione. L‘augurio per mio figlio in ogni caso è ben presente: mi auguro che senta questa possibilità rigenerativa dentro di sé in modo potente, costitutivo, e che non debba arrivarci solo attraverso annosi travagli. Ci saranno altri tormenti, d’accordo, ma spero che parta con la consapevolezza della trasformazione. Potrebbe portarlo ad essere coraggioso, a non avere paura della violenza quotidiana, del “diverso”, anche quando il diverso è qualcuno che assomiglia molto a te ma non condivide i tuoi valori, sembrano condivisi ma i valori della mitezza, della disponibilità, del dialogo, del rispetto, ormai non sono scontati. È certo che personalmente essere diventato padre ha contribuito a una positiva metamorfosi. Ma non è questo l’unico tema del libro che non deve essere letto come una pura autobiografia.

Nonostante la realtà circostante, i suoi versi sono alla ricerca della bellezza e colmi di grazia. L’ Altra forma viva cui si aspira potrebbe costruirsi su queste radici così profonde?
Sì, potrebbe. La ricerca della bellezza è per sua natura un viaggio nelle profondità, se non lo facciamo la bellezza rischia di diventare un folletto capriccioso, dominato dalle singole soggettività, che raduna attorno a sé adepti, gruppi fanatici, nicchie di mercato… La profonda bellezza non si nutre di singole frustrazioni che si fanno forza e generano fanatismi, sentimenti nocivi che vediamo ogni giorno alla voce “cronaca nera”, ma anche nella tribuna politica e in circostanze quotidiane, familiari. Tutto ciò sta nella superficie delle cose. La bellezza che si trova in profondità accomuna molto meglio perché tocca sentimenti indistruttibili. Auspico davvero che un’altra forma viva, altre forme vive, alcune esistenti, altre per ora solo immaginate, possano scoprirsi miti, positive, buone e portare luce. Ciò può avvenire anche nella sofferenza. La religione di cui abbiamo bisogno, confessionale o non confessionale che sia, è un sentimento simile a questo. Può nascere anche dentro il materialismo, può nascere ovunque. Anche in questi tempi che a volte mi sembrano pericolosamente oscuri. L’oscurità a cui accenno non è quel mistero da scandagliare, ineliminabile dalla vita, il mistero che la poesia indaga, è proprio la mancanza di luce, l’affossarsi verso sentimenti nocivi e irrispettosi di razzismo e chiusura mentale.

Qual è stata la difficoltà maggiore che ha riscontrato durante la stesura di Altra forma viva?
Quando mi sono reso conto che questa nuova vena poteva portare ad un vero e proprio libro, seppur breve, ovviamente sono stato accerchiato dai dubbi: in poche pagine si stavano sommando numerosissimi temi, quindi una volta trovata la coerenza stilistica era necessario tenere assieme biologia, poesia, classicità, fantascienza, amore, genitorialità, speranza, crudeltà, etologia, botanica, geologia… davvero impegnativo, ma anche enormemente stimolante. Ma queste difficoltà sono le sfide che generano l’adrenalina per arrivare al traguardo. Come sempre il libro può essere perfettibile, giudicheranno i lettori.
Da editore, poeta e scrittore: nel panorama editoriale contemporaneo, quale ruolo occupa la poesia?

Gli amanti della poesia, di solito, pur essendo ovviamente diversi tra di loro, si fidano delle parole, della loro forza; credo che in linea di massima siano meno portati alla derisione, al cinismo, forse sono più inclini se non alla ricerca della purezza, almeno al riconoscimento della sua importanza. Detto questo, come per ogni arte i lettori e gli autori (spesso le stesse persone poiché mi pare ancora un mondo molto autoreferenziale) sono spesso anche vanesi poseur. La poesia italiana è molto vivace, in ogni caso sono felice che ci sia un vivo interesse per questo genere, e che continuino a pubblicare in gran numero poesie, e che ci siano concorsi, ecc. Anche se personalmente non apprezzo molti di questi escamotage o “esibizioni” – spesso contenitori vuoti -, sono segnali che della poesia c’è ancora bisogno. Ben vengano.

Forse sarebbe utile che queste kermesse, reali o virtuali, portino sempre più alla luce la grande poesia, con conferenze, saggi critici, e altro. Mi piace soprattutto che il poeta noto o meno noto di turno, chiamato a mostrarsi, proponga al pubblico le sue letture e i suoi studi, i suoi punti di riferimento, capire meglio che rapporto ha con essi. Il rapporto vivo con le nostre letture può essere sempre un punto di raccordo con l’Altro, e può dare meno peso all’esibizione di se stessi. Anche questo tipo di dialogo non è più scontato, nemmeno negli incontri letterari.
E oggi, secondo lei, quanto abbiamo bisogno della poesia?
Come si evince dalle precedenti risposte, il bisogno è molto alto, ma sono sicuro purtroppo anche che la poesia non scalfirà mai le barriere mentali della maggior parte delle persone, si apre un’altra sfumatura importante di questo discorso che comprenderebbe anche un’analisi sui programmi scolastici…
















