La Rubrica online “Piazza Navona” è felice di ospitare ancora una volta don Samuele Pinna e di aver letto per voi i suoi libri Spaghetti con Gesù Cristo. La ‘teologia’ di Bud Spencer (Àncora Editrice, 2017) e Il suo nome è Terence Hill. Una vita da film (Àncora, 2021). E non perdete l’Incontro con l’Autore!
Le trame

Bud Spencer e Terence Hill. Carlo Pedersoli e Mario Girotti. Attori e uomini. Ognuno con il proprio concetto e con il proprio rapporto con la Fede. Davanti e dietro la macchina da presa. È esattamente da questi elementi che Samuele Pinna parte per la stesura dei suoi libri Spaghetti con Gesù Cristo. La ‘teologia’ di Bud Spencer (Àncora Editrice, 2017) e Il suo nome è Terence Hill. Una vita da film (Àncora, 2021). Testi che raccontano – attraverso interessanti interviste a colleghi e familiari o, come nel caso di Terence Hill, all’attore stesso – il rapporto di questi artisti con la religione offrendo, così, una chiave di lettura dei loro film ma anche delle loro stesse vite. Attraverso un punto di vista “privilegiato” e inedito, Samuele Pinna ci accompagna nel ricordo e nel cinema ancora vivo di Bud Spencer e Terence Hill: una premiata ditta inseparabile nella memoria collettiva eppure fortemente distinta e ben delineata, nel cinema come nella vita.
Sui libri

Don Samuele Pinna tra il 2017 e il 2021 regala ai suoi lettori e agli appassionati del cinema (e in particolar modo del genere spaghetti western virato alla commedia) due volumi assai interessanti editi da Àncora Editrice nella Collana “Profili”: Spaghetti con Gesù Cristo. La ‘teologia’ di Bud Spencer e Il suo nome è Terence Hill. Una vita da film.
Non c’è che dire: l’Autore con questi suoi brevi saggi rende un sincero e sentito omaggio al cinema italiano. Ma non solo: offre una lettura e un’analisi nuove della vita e della filmografia dei due attori. Una biografia quasi per immagini (metaforiche ovviamente), per fotogrammi, per dialoghi dei film… una sorta di album dei ricordi di vite vissute dietro e davanti alla macchina da presa e anche nella memoria collettiva. Per tutti, infatti, Bud Spencer e Terence Hill – con i loro 18 film girati insieme tra il 1967 e il 1985, per poi riunirsi nel 1994 in Botte di Natale diretto proprio da Terence Hill – sono una coppia inseparabile. Nonostante le loro carriere da “solisti” è sempre difficile non immaginarli insieme. Proprio per questo l’idea e il progetto di don Samuele Pinna di scrivere un libro per ciascuno dei due artisti è stata un’intuizione esatta, un omaggio completo ed esauriente, un racconto onesto e, per quanto possibile, totale.

Don Samuele Pinna, infatti, attraverso interviste a colleghi, familiari, a una – seppur debole – ricostruzione storica (sempre cinematograficamente parlando) non ricostruisce ma racconta la vita, la carriera, i successi o le delusioni di Bud Spencer e Terence Hill. Per far tutto questo, però, l’Autore compie un doveroso passo indietro decidendo di partire dalle origini, ovvero da Carlo Pedersoli e Mario Girotti. Un passo indietro che ci racconta l’infanzia, la gioventù, i successi sportivi e i primi passi nel mondo del cinema dei due protagonisti. Uomini ancor prima di essere attori. Attori di grande esperienza e di grandi soddisfazioni che, forse non tutti sanno, hanno attraversato e fatto parte della stagione cinematografica più bella e intensa del nostro cinema. Mauro Bolognini, Luchino Visconti, Gillo Pontecorvo, Sergio Corbucci, Carlo Lizzani, Steno… questi sono alcuni dei registi con cui Mario Girotti/Terence Hill ha lavorato. E, ancora: Mario Monicelli, Giuliano Montaldo, Dario Argento, Carlo Lizzani, Steno, Pasquale Festa Campanile, Ermanno Olmi, sono solo alcuni dei registi che hanno diretto Carlo Pedersoli/Bud Spencer. Due vite distinte eppure quasi interamente dedicate al cinema, alla televisione, al pubblico.

Tanti sono i film dei due attori che sono diventati dei cult (pensiamo solo a Lo chiamavano Trinità… e a …continuavano a chiamarlo Trinità di E.B. Clucher rispettivamente del 1970 e del 1971). Ma la scrittura e la volontà di Samuele Pinna si spingono oltre regalando e offrendo al Lettore una nuova visione della filmografia e della vita dei “suoi” attori declinando il loro fare cinema alla religione e al loro rapporto personale con la Fede. Ancora una volta, Bud e Terence ci stupiranno. Uomini e attori tanto diversi che, anche nel loro rapporto con la religione, sanno essere distinti e ben centrati. Molto più “espansivo” in tal senso, Bud Spencer; molto più riservato (nonostante le dodici stagioni della serie tv Don Matteo) e discreto Terence Hill.
Così, senza particolari voli pindarici nella storia del cinema e senza una puntuale ricostruzione del tempo in cui si snodano le filmografie dei due attori (ma questo, forse, non è nemmeno l’intento dell’Autore), don Samuele Pinna racconta la vita, i film e la Fede di due uomini diventati attori.

Carlo Pedersoli e Mario Girotti. Bud Spencer e Terence Hill. Due attori che – in solitaria o in coppia – hanno saputo regalare al grande pubblico risate, battute, scene indimenticabili e tante, tante botte senza mai far vedere una goccia di sangue rendendo continuamente uno splendido omaggio alle comiche del cinema muto e all’espansione della più celebre gag della caduta sulla buccia di banana. Il tempo passa… ma questi due attori non potranno mai, mai essere dimenticati.
Incontro con l’Autore
Come e quando nasce l’idea di scrivere Spaghetti con Gesù Cristo. La «teologia» di Bud Spencer e Il mio nome è Terence Hill. Una vita da film?

In casa mia, fin da quando ero ragazzo, si guardava poco la televisione: i miei genitori, Teresa e Francesco, erano molto attenti e scrupolosi al riguardo. Ma c’erano dei programmi – rari –, che con loro e mio fratello Cristian si potevano tranquillamente vedere, rimanendo alzati oltre all’orario consentito. Perlopiù erano i film di Bud Spencer e Terence Hill (ma anche quelli di Totò e, soprattutto, di Don Camillo). Io ragazzetto li aspettavo con gioia incontenibile, benché magari fosse la millesima replica (tra l’altro, questo mi capita anche oggi, nonostante segua ancor meno di un tempo i programmi televisivi). Leggendo qualche intervista ho scoperto anche la grande umanità di questi due attori e ho indagato sempre di più sulle loro biografie. Sono un prete cattolico e quando ho capito che entrambi erano credenti il mio interesse si è acceso ancora di più. Ho iniziato a lavorare sulla figura di Bud Spencer, raccogliendo materiale, poi alla notizia della sua morte si è mosso qualcosa in me e ho deciso di concretizzare il mio progetto di redigere il mio libro su di lui. A seguito di alcune richieste, ho deciso di scribacchiare qualcosa pure su Terence, ma solo dopo una sensazione particolare che mi ha fatto dire: “Adesso puoi scrivere!”. La scintilla si è accesa grazie al suo ultimo film Il mio nome è Thomas che, come ho detto di persona a Terence, racchiude tutti i suoi personaggi.

Quali ricerche ha realizzato per la stesura dei suoi saggi?
Come accennavo, ho cercato di recuperare la quasi totalità delle loro interviste. Nel caso di Bud ho letto i suoi libri e ho avuto la fortuna di conoscere la sua famiglia che mi ha regalato aneddoti che non si trovano da nessun’altra parte. Le mie sono biografie – potremmo dire – “spirituali”, dove ciò che più mi interessa è l’umano che ne viene fuori. Il mio incontro personale con Terence e con i famigliari di Bud mi pare abbia confermato le mie intuizioni iniziali.
Da quali tematiche, aspetti o idee è partito per raccontare Bud Spencer e Terence Hill da un punto di vista così particolare e privilegiato?

Ho seguito le vicende che hanno accompagnato le loro esistenze. Nel libro su Bud ho cercato di sottolineare tutti gli aspetti importanti della sua vita, perché non è stato solo un attore, ma anche e soprattutto uno sportivo (senza contare che ha fatto l’imprenditore, il musicista e altro ancora). Gli ultimi capitoli di Spaghetti con Gesù Cristo sono, invece, più filosofici e teologici. Quello su Terence, invece, avendo lui dedicato tutta la vita alla sua professione, è concepito come un film: con il trailer al posto dell’Introduzione, il fine primo e secondo tempo, i contenuti speciali, i titoli di coda, etc., e ogni capitolo è intitolato con il nome di un personaggio da lui interpretato (Trinità, Nessuno, Don Matteo…). Tuttavia, anche nel suo caso c’è una parte, quella finale, che si potrebbe definire “spirituale”.
Qual è stato l’aspetto appartenente al privato e alla professione di Bud Spencer e Terence Hill che ha voluto fortemente sottolineare? E perché?

Ho voluto mostrare la loro grande umanità, che si è declinata nell’amore soprattutto per la famiglia, l’onestà sul lavoro e la fede cristiana. Non sono un esperto di cinema, quello che mi interessava era capire se Bud e Terence potessero essere persone buone sia sul set che nella vita. E ho potuto dire di sì alla fine della mia indagine! Ogni volta che vado a trovare la signora Maria, moglie di Bud, c’è il momento in cui le chiedo un aneddoto su suo marito. Tra i tanti citabili, mi ha colpito quello in cui aveva perdonato un “amico” in difficoltà: Bud gli regalava trentamila lire al mese (quando lo stipendio della sua segretaria era di venticinquemila lire). Poiché era impegnato in un film lontano da casa, aveva lasciato il compito di dare questa cifra a un altro conoscente, il quale a breve si sarebbe liberato di quell’uomo, perché aveva chiesto – senza pudore – un aumento. Non avendolo ottenuto si era rifiutato di incontrare ancora il popolare attore. Dopo tempo, Carlo (questo il nome di battesimo di Bud) stava passeggiando con la moglie quando ha visto dall’altra parte del viale quella conoscenza che l’aveva sfruttato: dopo averlo salutato con trasporto mentre l’altro abbassava la testa, aveva attraversato la strada per abbracciarlo. Maria gli aveva subito chiesto conto del gesto, ricordando al marito quanto gli aveva fatto, ma Carlo aveva risposto che il passato era passato e che bisogna saper perdonare, perché le cose che contano sono altre.

Invece, per dire chi è il Terence che ho scoperto, sono partito da quanto hanno detto di lui quelli che ci hanno lavorato insieme, per venire a sapere che tutti si sono trovati molto bene. Quando – per esempio – ho intervistato gli sceneggiatori di Don Matteo mi sono stati confermati la sua disponibilità, l’attenzione verso tutti e il non comportarsi mai da divo: “Se lo porti in un posto dove piove o c’è il fango – mi è stato confidato –, lui si adatta. Se c’è da stare al freddo sta al freddo, se c’è un problema e bisogna aspettare, lui aspetta. Lui, come capo famiglia, non si lamenta, non urla, non ha atteggiamenti scorretti con nessuno e quindi questo normalizza il tutto”. Nell’intervista che ho fatto a Giuseppe Pedersoli (figlio di Bud) com’è stato lavorare con Terence, lui mi ha risposto che “la lavorazione è stata piacevolissima”. Quando, poi, sono stato con lui a Campo Imperatore (nei luoghi in cui aveva girato qualche scena di Continuavano a chiamarloTrinità…) gli ho chiesto una dedica sul mio libro Il mio nome è Terence Hill: me l’ha scritta e mi ha riconsegnato il testo, ma un attimo dopo lo ha rivoluto indietro per aggiungerci: “Con affetto”. Ecco questo è Terence Hill!
Nelle sue ricerche, durante la stesura dei suoi libri c’è stata una “scoperta”, un aspetto dei due attori che l’ha stupita in quanto sacerdote, uomo e appassionato di cinema?
All’inizio avevo solo un’intuizione che nella stesura si è sempre più consolidata: l’umiltà e la grandezza d’animo di entrambi mi hanno molto colpito. Ho scoperto l’amore per la vita, per il lavoro, la famiglia, ma sempre declinato nell’onestà e nel rispetto, senza mai sentirsi delle star. Sono una delle poche coppie del cinema a non aver mai litigato!

Bud Spencer e Terence Hill sono una delle coppie del cinema più amate dal grande pubblico: secondo lei, a cosa sono dovuti tanto successo e tanto affetto?
Tra loro – ed è confermato sia da Bud che da Terence – accadeva qualcosa di unico sul set, un’alchimia che non si può spiegare né creare a tavolino. Si volevano bene, perché si rispettavano. Avevano, infatti, gli stessi valori che ho già richiamato, e così non sono mai stati invidiosi l’uno dell’altro. Senza contare che – come dicevo – nessuno dei due si è mai atteggiato da divo. Sono persuaso che il pubblico intuisca l’autenticità e la bontà non solo dei personaggi interpretati, ma anche dell’uomo dietro alla maschera. Di grossi o di belli il cinema non ne era sprovvisto, ma Bud e Terence avevano qualcosa in più, tanto è vero che le imitazioni (penso ad alcuni lungometraggi tedeschi) non hanno avuto il medesimo successo. Rimangono una delle coppie del cinema tra le più amate. I loro film, inoltre, superano le generazioni, anzi le uniscono, perché sono pellicole adatte alle famiglie, a tutti. Hanno trame leggere, ma i messaggi che arrivano sono sempre chiari e condivisibili.
Le sto per fare una domanda ingrata: qual è il suo film preferito con Bud Spencer e Terence Hill?

È molto difficile rispondere: i Trinità sono stupendi, perché creano un genere, ma anche altri sono divertenti come I due superpiedi quasi piatti o con trame più articolate come Miami Supercops. Ma se devo dire qual è il mio film preferito lo posso fare solo aggiungendo una riflessione. Si tratta di Botte di Natale, una spensierata favola natalizia in cui emergono, in maniera nitida, le caratteristiche principali della produzione cinematografica tipica di Bud e Terence. Nelle scene che si susseguono, dove pare di rivedere Trinità e Bambino ormai cresciuti, senza aver perso i loro tratti caratteristici, sono riproposti quegli elementi salienti rintracciabili in ogni trama da loro interpretata. C’è l’affiatamento della coppia con una sorta di ritorno alle origini e il bene come virtù da vivere e realizzare (anche a dispetto delle intenzioni). È presente la comicità spassosa costruita su battute e gestualità, oltre alla rappresentazione della grandezza delle tradizioni (autenticamente cristiane). Non manca la profondità di un messaggio consegnato con leggerezza, che sottolinea l’importanza vitale della famiglia e della fede. Ho scritto che se fossi il Ministro dell’Istruzione renderei obbligatorio a tutte le famiglie la visione di questo film ogni anno sotto le festività natalizie. E, visti i probabili frutti, lo consiglierei anche se fossi Ministro della Salute!
Se dovesse descrivere a un giovane l’aspetto umano e professionale dei due attori, quali parole userebbe?

Innanzi tutto, l’umiltà che entrambi hanno esercitato. Bud diceva che non si capacitava del successo di chi fa l’attore: non salva nessuno né fa azioni incredibili, semplicemente recita una parte. Era più attaccato ai suoi risultati sportivi, perché quelli li aveva ottenuti grazie alle sue capacità, mentre la popolarità di un attore è decretata (e tolta) dal pubblico. Quindi l’umiltà nella consapevolezza di fare intrattenimento che può servire, essere persino d’aiuto, ma senza mai montarsi la testa. Sono altre le cose più importanti, e per questo Bud diceva che “chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota”. Entrambi hanno dimostrato che ciò che conta per davvero non è la popolarità o il denaro, ma quelle scelte virtuose che rendono degna la vita. Un secondo aspetto è – per dirla alla Bud Spencer – la decenza: entrambi hanno declinato parti in pellicole importanti (e che avrebbero portato a una svolta la loro carriera) per non andare contro i valori che professavano anche con il lavoro. Pure in questo caso si potrebbero raccontare molti episodi. Bud ha rifiutato un ruolo in un film di Fellini, allora all’apice, e Terence – che pur voleva intraprendere la carriera ad Hollywood – si è negato la parte di protagonista in Rambo che gli avrebbe consegnato un successo planetario (cosa che capitò a Sylvester Stallone).

Credo che entrambi insegnino che per realizzarsi nella vita non si debbano seguire chimere che possono arricchire ma lasciare vuoti interiori, bensì vivere nel bene e in modo giusto. Bud non voleva fare l’attore (e infatti si definiva personaggio): in qualche modo il cinema l’ha voluto. E anche Terence da ragazzo scelto per un film di Risi non voleva esercitare questa professione, poi quando l’ha scelta consapevolmente vi si è dedicato anima e corpo, ma sempre nel rispetto di quei valori che riteneva fondamentali e che sul grande schermo traspaiono.
In che modo è riuscito ad accostare il cinema e la religione in una sorta di incontro tra sacro e profano?

Non è difficile se si considera anche il cinema come un’arte che esprime valori universali. Mi sono semplicemente chiesto: “Ma quei due recitano solo un copione oppure incarnano qualcosa di più?”. Sono certo che la risposta che istintivamente danno tutti è: c’è qualcosa di più! Poi indagando uno scopre che il religioso – che lo si accetti o meno – è parte della nostra storia e della nostra cultura. Anche in Trinità ci sono accenni alla fede cristiana: nel primo film quando i protagonisti salutano per la prima volta i mormoni; nel secondo la confessione di Bud-Bambino e quel che segue; senza contare il finale dove i due fuorilegge sono ancora pronti ad aiutare chi è in difficoltà! Porgi l’altra guancia è una citazione biblica, anche se interpretata in modo un po’ elastico dai personaggi di Bud e Terence, così come Chi trova un amico trova un tesoro. Sono tanti gli spunti, così come nel finale di Pari e dispari dove il malloppo di soldi alla fine è donato agli orfanelli cresciuti dalle suore.

Secondo lei, questi due uomini cosa hanno lasciato al grande pubblico e alla storia del nostro cinema?
Hanno lasciato in eredità, nella leggerezza dei loro film, che un mondo migliore è possibile e che lottare per il bene non è mai inutile. Hanno poi dimostrato – come si è accorto a un certo punto Ermanno Olmi – che la gioia (quella sana e mai volgare) può essere un ingrediente significativo dell’esistenza.
Quali sono i suoi prossimi progetti editoriali?
È stato pubblicato Dio aiuta chi sia aiuta. Brevi riflessioni per la sopravvivenza (cattolica), una serie di riflessioni per non demoralizzarsi davanti alle brutte notizie e ai contorcimenti moderni. In questo tempo, poi, sono tornato ai miei studi teologici e quest’anno è uscito Charles Journet: il mendicante dell’Assoluto. Si ricorda infatti il cinquantesimo della morte del cardinal Journet, uno tra i più grandi teologi del Novecento, e il mio libro è stato presentato a marzo in occasione del Convegno internazionale (e di cui sono l’organizzatore) presso la Facoltà Teologica di Lugano.
Per salutarci, qual è la prima battuta di un film con Bud Spencer e Terence Hill che le viene in mente?

Ne voglio citare due. La prima è tratta da Lo chiamavano Trinità, quando i fratelli Trinità e Bambino incontrano per la prima volta i mormoni (che aiuteranno). Tobia, il loro capo, li saluta: «Salve, fratelli!». E Bambino urla in risposa «Salve!», per poi domandare sottovoce a Trinità: «Glielo hai detto tu che siamo fratelli?». La risposta del personaggio di Terence è fulminea: «Io? Chi lo conosce…». Poi il mormone ribatte: «È il Signore che vi manda da noi…», e ancora Bambino grida: «No, passavamo di qui per caso…». La seconda, invece, è il finale di Botte di Natale, dove i due protagonisti chiedono conto alla loro mamma del tesoro che li aveva condotti fino a lì: «Oh, già, il tesoro – risponde la madre –. Guardatevi attorno. [l’inquadratura si sposta sulla famiglia del personaggio di Bud e su Melie e la sorella Bridget di cui il personaggio di Terence si era innamorato] Come dice la Bibbia: “Il tuo tesoro è dov’è il tuo cuore”. E io sono sicura che i vostri cuori siano qui in pace. Non è che siete venuti qui solo per il tesoro, eh?». Il “Nooo!” di risposta è significativo!
















