La Rubrica online “Piazza Navona” è felice di presentarvi The Face of the Bass Clef, il progetto musicale di Ornetrio Tangheri e i Lestofanti della 19F sospeso tra scrittura e improvvisazione. E non perdete l’Incontro d’Arte con il musicista Paolo Jus!

Il 18 febbraio 2026 è uscito l’album di Ornetrio Tangheri e i Lestofanti della 19F dal titolo The Face of the bass clef, quarantesima produzione dell’etichetta nusica.org. Sette brani che divengono studio e omaggio alla musica di Ornette Coleman.
Il progetto Ornetrio Tangheri e i Lestofanti della 19F nasce da una ricerca musicale avviata da Paolo Jus attorno al repertorio di Ornette Coleman, affrontato non come semplice omaggio ma come materiale da rimettere in gioco attraverso la scrittura e l’improvvisazione. Un lavoro che prende forma inizialmente in ambito accademico, all’interno del percorso di studi al Conservatorio di Trieste, e che si sviluppa poi come progetto autonomo, con una fisionomia precisa.
Il titolo del disco richiama The Face of the Bass, l’omonimo brano di Ornette Coleman, e chiarisce la prospettiva del progetto, pensata a partire dalla chiave di basso. Il punto di partenza è l’idea di un trio “da camera” inusuale, costruito su un baricentro timbrico nel registro grave: una scelta che incide direttamente sulla scrittura e sull’equilibrio del gruppo, portando i tre strumenti a condividere lo stesso spazio sonoro e a contribuire in modo paritario alla costruzione dell’armonia.

Il disco ruota attorno a una tensione costante tra due poli: da un lato una scrittura rigorosa, di impronta cameristica, dall’altro la libertà dell’improvvisazione legata alla pratica del free jazz. È una dialettica che si sviluppa direttamente nella musica, attraversando diversi gradi di relazione tra struttura e libertà e aprendo a più modi di intendere la musica improvvisata.
Emerge un disco che affronta l’improvvisazione come pratica consapevole e condivisa, lontana dall’idea di casualità, in cui ogni scelta trova senso all’interno di una costruzione collettiva.
Incontro d’Arte con Paolo Jus
Come nasce il gruppo e come ha avuto origine il progetto musicale di The face of the bass clef?

Il nostro gruppo nasce da un esperimento che ho voluto fare all’interno del conservatorio, come progetto per l’ultimo anno di biennio, dove volevo che il suono del trio ricordasse un trio da camera moderno con la variante dell’improvvisazione libera. La scelta dei musicisti è stata dettata nel caso di Mariano Bulligan da una conoscenza in comune, Giovanni Maier, che seguendomi come insegnante nella realizzazione del progetto mi ha segnalato Mariano, che all’epoca non conoscevo, mentre per quanto riguarda Giorgio Giacobbi è stata sul momento una necessità perché originariamente il trio era formato da basso/cello/trombone; per il primo concerto che abbiamo fatto il trombonista non era disponibile quindi mi sono affidato a Giorgio che conosco da anni e con il quale ho collaborato spesso e da lì è nato un percorso come gruppo.
Perché si è deciso di dedicarsi in particolar modo alla figura e alla musica di Ornette Coleman?

Ho deciso di concentrarmi sulla figura di Coleman principalmente come “scusa” per una ricerca personale che in seguito, grazie anche ai miei compagni, è diventato un progetto con una sua personalità e un suo suono.
Dove è possibile ascoltare e acquistare The face of the bass clef?
A questo link https://www.nusica.org/web/label/40-face-of-the-bass-clef/ trovate tutte le info sul disco e anche la sezione per la copia fisica. Si può ascoltare in tutti i maggiori store online come Spotify, Youtube Music, Apple Music e affini.
Siete considerati un trio “da camera” inusuale. Potete spiegarci il motivo e il significato di questa definizione?

Ciò che ci si immagina parlando di musica da camera solitamente è il quartetto d’archi, ensamble che adoro e per il quale adoro scrivere e arrangiare, e quello che abbiamo fatto nella ricerca del nostro sound è stato proprio fare in modo di creare un “tappeto” sonoro intrecciando le melodie dei nostri tre strumenti sia nelle parti scritte che nella parti di improvvisazione libera.
In che modo siete riusciti a trovare un equilibrio tra la scrittura rigorosa e la pratica del free jazz che caratterizzano il vostro album?
Partiamo da una precisazione: il FREE JAZZ è uno stile ben preciso nato, appunto, da una visione di Ornette Coleman in un determinato contesto sociale. È utilizzato ormai per definire tutta la scia di musica improvvisata che strizza l’occhio al jazz ma ha uno spazio ben definito nel tempo. Il Free e il NON-Free si collegano perché tutto quello che succede nei momenti Free è stato in qualche modo anticipato nei momenti NON-Free. Oltre a questo, come per ogni musica, l’ascolto degli altri è indispensabile per rendere coerenti tutti i momenti del singolo brano e anche poi del concerto intero.

Quali sono i brani e i musicisti che ti hanno influenzato e formato il tuo “fare musica”?
Sono da sempre un grande appasionato di musica prog: sia italiano come PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Area che estero quindi Dream Theater, Porcupine Tree, King Krimson, Tool tra i vari. Avvicinandomi al jazz ho trovato altri suoni che mi hanno attirato come quelli di Pat Metheny, Esbjorn Svensson, Dhafer Youssef e Avishai Cohen. Cito due brani (Altrimenti occuperei tutti i caratteri del web probabilmente) che ho particolarmente a cuore e che mi hanno dato degli slanci notevoli che sono: First Circle di Pat e Leolam di Avishai che condengono tempi, armonie e melodie che ancora oggi vibrano fortemente nel mio modo di scrivere e di suonare.
Qual è il brano musicale che avresti tanto voluto scrivere e comporre? E perché?

Penso di essere uno di quei compositori estremamente legato alle proprie composizioni quindi in realtà non sono mai stato “geloso” di una composizione altrui. Se dovessi proprio sceglierne una rimarcherei First Circle per i motivi detti sopra ma che sono stati appunto degli spunti estremamente importanti.
Tra i brani contenuti nell’ album a quale sei particolarmente legato? E perché?
Strano ma vero probabilmente quello a cui sono più legato è l’unico che originariamente non è firmato da Ornette ma da Charlie Haden che è Human Being. È il brano che probabilmente rispecchia di più l’idea del progetto perché l’improvvisazione è guidata dalle frasi del tema iniziale e, per l’orecchio più attento, è facile sentire il tema anche all’interno dell’improvvisazione.
Come definiresti lo stile del gruppo e il vostro concetto musicale?
Rientriamo inevitabilmente nel calderone del jazz e della musica improvvisata e l’idea che sta dietro è proprio quella convinzione che rigore e libertà possano convivere in maniera del tutto serena. La conoscenza delle regole, che in molti casi è stata accusata di costringere e a volte eliminare completamente l’istinto, è in realtà uno strumento fondamentale soprattutto quando le regole si vogliono infrangere.

Quali sono i vostri prossimi impegni e progetti musicali?
Per quanto mi riguarda negli ultimi anni mi sono dedicato a spettacoli musicati per bambini e ragazzi e a spettacoli di letture per un pubblico di adulti. Oltre a questo sto portando avanti una ricerca sulle musiche del mediterraneo che è un altro argomento che mi appassiona particolarmente. Giorgio è prossimo all’uscita di un lavoro con il duo Filaments of Existence insieme a Camilla Collet alla batteria dove mischiano, elettronica, loop e strumenti acustici. Mariano invece, oltre alle varie collaborazioni europee, ora è in uscita con il disco VII Stazione Hiroshima che a breve vedrà una tournè in Spagna.
















