La Rubrica online “Piazza Navona” ha letto per voi Film bestiali di Alessandro Fiesoli (Graphe.it Edizioni). Un breve saggio dedicato alla presenza e al significato degli animali nei film del Nuovo Millennio. E non perdete l’Incontro con l’Autore!
La trama

Preparatevi a un viaggio nel cinema degli anni Duemila che va da Ratatouille a Shaun, vita da pecora; da The Lobster a Povere creature!; da The Square a La marcia dei pinguini; da Dogman a The Host. Alessandro Fiesoli sarà la guida perfetta alla scoperta e alla comprensione di Film bestiali. Noi e gli animali del nostro cinema: cosa ci dicono, cosa simboleggiano, come lo fanno. Si tratta di un breve saggio denso di contenuti che, attraverso i suoi capitoli, offre al Lettore, all’appassionato della settima arte e al curioso più vorace non solo un nuovo punto di vista sulla cinematografia contemporanea ma anche sul rapporto che questa ha intessuto con la realtà circostante attraverso il mondo animale che racconta, mostra, vive divenendo parte integrante delle vicende narrate. Un duplice viaggio capace di regalarci quella grande magia che solo il cinema possiede e di restituirci – con ironia, coraggio, cruda e spietata sincerità e, a volte un sano tocco di surrealismo – uno sguardo fedele e lucido su ciò che circonda.
Sul libro

Luigi Pirandello ha scritto: Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano. Ecco, abbiamo mai pensato cosa potrebbe accadere in caso contrario?
Forse, Alessandro Fiesoli non è partito proprio da questa domanda per la stesura del suo interessante saggio Film bestiali. Noi e gli animali del nostro cinema: cosa ci dicono, cosa simboleggiano, come lo fanno che Graphe.it Edizioni ha pubblicato nel maggio 2025 inserendolo nella Collana “Techne –serie minor”, però una risposta ci arriva forte e chiara.
Come è possibile? Vi starete chiedendo. Presto detto. Fiesoli articolando sapientemente i nove capitoli che animano questo breve saggio fitto di interessanti spunti di riflessione e arricchendolo di una appendice assai precisa che raccoglie una bibliografia, una sitografia e filmografia, ci offre un punto di vista diverso e, potremmo anche dire privilegiato, sul cinema degli anni Duemila. Spaziando da film d’animazione a horror, da film fantascientifici ai documentari senza tralasciare il cinema indipendente, l’Autore ci offre una nuova lettura del testo filmico declinandolo (e non sottomettendolo) alla presenza del mondo animale che acquista di diritto un significato filosofico e sociologico.

Attraverso Film bestiali, infatti, il Lettore, il curioso e lo studioso si ritrovano sullo stesso piano: (s)oggetti osservanti e osservati da ciò che gli animali (cani, pinguini, pecore, scimmie, topi, incroci modificati in laboratorio, squali…) incarnano sul grande schermo. Questi non sono soltanto la rappresentazione di se stessi ma divengono l’incarnazione di un messaggio sociale e di un sentire ben precisi. Senza dimenticare che la loro presenza offre del tutto naturalmente anche la proiezione del rapporto che l’umano ha con il mondo animale e, quindi, con l’ambiente.
Perciò non c’è da stupirsi se in Film bestiali Fiesoli, sempre partendo dalla prospettiva e dall’occhio animale, affronta e argomenta con lucidità e acume, il concetto di identità e del rapporto che questa intesse con il senso di colpa e l’umiliazione; l’empowerment femminile in contrapposizione alla figura del maschio sempre più destrutturata e messa in discussione; il rapporto con la Legge; del riassetto urbano; la genitorialità e la nascita di nuovi nuclei familiari; la rappresentazione stessa della realtà.

Non si finisce mai di stupirsi della capacità che ha il cinema di regalare materiale da analizzare, studiare, leggere e comprendere che va ben al di là del solo “frame”, della sola inquadratura e della singola immagine. Alessandro Fiesoli ha colto in pieno e ha approfondito con passione tale materiale e ne ha fatto un saggio che non racconta esclusivamente di cinema. Racconta di noi attraverso il cinema degli anni Duemila e, soprattutto, attraverso la presenza e le vicende di cui il mondo animale – in questi stessi film – è protagonista indiscusso.
Il risultato finale è allora soltanto uno dei diversi tragitti possibili, non certo l’unico e non certo quello con maggiori pretese di esaustività; piuttosto una piccola e personalissima guida che possa offrire al lettore degli spunti da applicare alle proprie esperienze di visione, suggerendogli chiavi di lettura e invogliandolo a cercare altri simboli, altre storie e altri animali cinematografici che sappiano dire qualcosa su chi siamo oggi.
Incontro con l’Autore

Come è avvenuto il suo incontro con il cinema?
Direi con film visti per caso in televisione. Non saprei di preciso, forse con Face/Off di John Woo. Sicuramente è stato uno shock. È divertente pensarci ora perché a modo suo faceva discorsi sull’identità e sul corpo oggi quasi inflazionati. In quegli anni succedeva spesso nel cinema americano.
Come nasce il progetto editoriale di Film bestiali?
Da appunti presi per un articolo. A un certo punto è diventato interessante vedere se quelle letture potevano reggere una struttura più organica, senza grandi piani iniziali.
Quali ricerche ha effettuato per la stesura di Film bestiali?
L’idea era di approfondire questioni specifiche senza perdersi in un’enciclopedia. Quindi soprattutto studi teorici legati ad alcuni aspetti dei temi trattati nei vari capitoli. Stesso discorso per la parte cinematografica. Lì la fortuna è che oggi esiste anche una quantità impressionante di materiale audiovisivo facilmente accessibile tra interviste, videosaggi, contenuti extra, interventi accademici.

Quale approccio ha utilizzato per l’analisi dei film inseriti nel suo volume?
Ho provato a dare la priorità ai film. Non ha funzionato sempre con la stessa forza ma il progetto era quello. Quindi letture che nascessero solo dalle immagini. Eventualmente poi aggiungendo il resto.
Dall’idea alla stesura: qual è stata la fase o l’analisi più complessa da tradurre su carta?
Probabilmente l’ultimo capitolo, quello su Bong Joon-ho, perché per inquadrarlo dentro al discorso sugli animali del nostro cinema è servito un piccolo spostamento. Quantomeno per provare a capire in cosa fosse familiare e in cosa fosse distante dalla nostra storia in termini di cultura e tradizione cinematografica.
Perché il cinema ha scelto di ricorrere così tanto e così spesso al mondo animale per raccontare i sentimenti, le emozioni e le trasformazioni dell’essere umano?

Forse andrebbe ricondotto tutto alle origini delle immagini in movimento, ad esempio a certi studi scientifici francesi e americani sull’anatomia e sul movimento animale, che quindi è nel DNA del cinema da sempre. Questo perché è un oggetto di osservazione e anche una sorta di promessa di spettacolo. Col tempo poi è diventato uno strumento abbastanza elastico: permette di parlare dell’umano senza dirlo, di spostare conflitti su altre immagini. Diciamo che funziona bene per diverse figure retoriche.
Tra i film contenuti in Film bestiali a quale sente di essere più legato? E perché?
Direi First Cow. Più che altro per il percorso di Kelly Reichardt. Mi piace che nei suoi film ci sia coerenza con quello “Slow cinema” un po’ defilato a cui veniva associata ma anche piccole evoluzioni in ogni lavoro nuovo. Qui in effetti c’era tutto questo ed era legato a un animale. Perfetto!
Osservare il mondo, il cinema e la realtà circostante attraverso gli occhi del regno animale cosa le ha insegnato?

Più che insegnare qualcosa, può essere un esercizio divertente. Obbliga a toglierci un po’ di centralità anche nella messa in scena di questioni complesse che ci riguardano.
In definitiva, il cinema quale sguardo privilegiato ci offre su ciò che ci circonda?
Credo che uno degli elementi decisivi sia la possibilità di selezionare, ordinare, tagliare, decidere cosa esiste e cosa no. Viene fuori un mondo un po’ riorganizzato, una versione tra le tante possibili. In epoca di AI è un elemento estremamente contemporaneo, soprattutto fuori dalla finzione cinematografica.
Quali sono i film e i registi che hanno contribuito a formare e ad alimentare la sua passione per il cinema?

All’inizio, come molti miei coetanei, tutto quel filone britannico caper/comedy/crime della fine dei ’90 e dei primi del 2000, cose iperstilizzate, molto scritte: Guy Ritchie, Matthew Vaughn, ma anche il primo di Jonathan Glazer o il primo di Danny Boyle. Poi il crime anni ’70, stile Gli amici di Eddy Coyle per intenderci. E il western, sia classico che italiano. Ovviamente l’elenco sarebbe lungo e schizofrenico. Dovessi ridurre solo a tre titoli direiIl postodi Olmi, Election di Payne e Accadde una nottedi Capra.
Quali sono i suoi prossimi impegni editoriali e professionali?
Per ora studiare e guardare film.
















