La Rubrica online “Piazza Navona” ha letto per voi La verità di carta. A cosa servono gli archivi? di Federico Valacchi (Graphe.it Edizioni). Una precisa riflessione sul ruolo, l’uso e il significato degli archivi. E non perdete l’Incontro con l’Autore!
La trama

Cosa rappresentano oggi gli archivi? Conservano una memoria attiva o “subìta”? Sono parte attiva di una selezione e della nostra storia? E soprattutto, a cosa servono gli archivi? Questo è il sottotitolo del breve saggio La verità di carta di Federico Valacchi. Poche ma esaustive pagine in cui l’Autore – ordinario di Archivistica all’Università di Macerata – ci offre una visione diversa degli archivi, ben lontana dall’immaginario che produce un’istantanea fatta di faldoni, oscurità e polvere (non solo del tempo). Valacchi ci propone una verità di carta che non tradisce il piacere dell’indagine offrendoci la possibilità di costruire con gli archivi un rapporto diretto, fatto anche di tecnologia e soggettività.
Sul libro
Gli archivi ci difendono innanzitutto dall’oblio di noi stessi, ci fanno parte di un progetto sociale, sostengono i nostri percorsi, accompagnano gioie e dolori. Basta essere disponibili ad accettare che quelle parole, cui tanto dobbiamo, sono destinate ogni volta a sfuggirci, portando con sé l’illusione di una verità che è solo un’altra fantasia. È così che le parole imparano a volare e diventano possibilità.

A maggio 2023 la perugina Graphe.it Edizioni ha pubblicato La verità di carta. A cosa servono gli archivi? di Federico Valacchi (ordinario di Archivistica all’Università di Macerata) inserito nella collana “Parva” dedicata alla saggistica breve. Si tratta di un esile ma ben concentrato saggio di circa settanta pagine in cui l’Autore ci spalanca gli occhi sul meraviglioso e affascinante – ma anche controverso e complesso – mondo degli archivi.
Ma cos’è un archivio? Questa parola deriva dal greco antico ἀρχεῖον (arkheion), ovvero l’edificio pubblico in cui hanno sede gli arconti (ἄρχοντες), le massime autorità di Atene cui spettano importanti funzioni giudiziarie e amministrative. Ecco perché nell’arkheion venivano custoditi documenti di grande rilevanza per la città. Da qui, ancora, ecco il legame diretto e indissolubile con il “potere” e le “autorità”.

È necessario partire dalle origini dell’archivio e del suo significato per comprendere ciò che oggi rappresenta, come usufruirne e quale rapporto instaurare con esso. Molti di noi, infatti, hanno nella propria memoria un’immagine assai romantica di questo luogo/non-luogo: oscurità, polvere, faldoni a non finire, profumo del tempo. Diciamo che nella realtà, al di là della polvere che non è proprio del tempo, gli archivi non hanno proprio quest’aura romantica. Di certo sono luoghi speciali e affascinanti perché parlano di noi, di come eravamo e di ciò che siamo stati. In realtà, ci raccontano anche come saremo poiché tutto ciò che è stato e viene raccolto in questi luoghi è sottoposto al giudizio e alla valutazione di chi vi è addetto. Di conseguenza, ciò che Valacchi sostiene con ragione e fermezza nel suo saggio scritto con compostezza, slancio e precisione, è questo: gli archivi, a differenza di ciò che si possa pensare, non custodiscono la verità assoluta né completa. E questo discorso si ritroverà anche nella digitalizzazione degli archivi che potrebbe portare e causare una sorta di dematerializzazione delle unità originali. Ciò dimostra quale sia la forza ma anche la fragilità di quanto viene conservato e custodito. Sempre di un tesoro si tratta.

Inoltre, chi frequenta queste istituzioni e questi luoghi deve essere a conoscenza del “linguaggio” – spesso fin troppo criptico – di cui hanno padronanza gli addetti ai lavori. Non sempre, infatti, si trovano persone disposte a umanizzare la fruibilità e la consultazione dell’archivio. Anche questo è un dato di fatto. In tal senso la tecnologia può essere utile ma non tutto può essere delegato a una macchina o a una tastiera. Anche perché, a conferma di tutto quanto affermato finora e di tutto quanto Federico Valacchi scrive, spiega e afferma con convinzione, studio, semplicità e grande esperienza, che gli archivi non sono da considerare luoghi passivi che subiscono la storia e tutto ciò che in esso è conservato. Al contrario, essi sono parte attiva della memoria e della società. Per il “solo” fatto che un soggetto parta da casa per passarvi giornate, ore, studio… essi diventano costruttori e parte integrante di una storia. I documenti consultati prendono una nuova vita (al di là dell’interpretazione di quanto è scritto e della soggettività di chi si rapporta con quel dato documento) e producono. Producono idee, congetture, punti di vista, riflessioni, nuovi sguardi su un certo fatto, nuovi elementi… Non si tratta di carta priva di vita ma di carta che possiede una sua verità. Forse non potrà mai essere una verità assoluta, di certo è una visione della verità. La verità di carta, appunto.

Negli archivi il passato è un’ipotesi in attesa di essere smentita, non un dato di fatto.
Si deve essere grati a Federico Valacchi, al suo saggio e ai suoi studi poiché ci permette di vedere e capire gli archivi stessi da un diverso punto di vista. Sono indispensabili per le nostre ricerche e studi ma dietro quelle migliaia di fogli c’è sempre l’individuo che compie delle scelte. Ciò che conta è sapersi inquadrare in questa dimensione e creare un dialogo, un rapporto molto meno romantico e mitico e molto più umano e diretto con un luogo che, in un modo o nell’altro, riuscirà comunque a rivelarci qualcosa di noi.
(…) perché la libertà, ovviamente è partecipazione. E la verità un miraggio che si intravede fra le volute di inchiostro.
Incontro con l’Autore

Perché ha deciso di dedicare i suoi studi e la sua vita professionale all’archivistica?
Mi sono avvicinato all’archivistica in maniera un po’ casuale, scegliendo quel corso quando ero ormai alla fine del mio iter universitario. Il resto lo ha fatto Giuliano Catoni, il mio maestro, che mi ha subito affascinato con le sue lezioni e il suo approccio molto pragmatico agli archivi. Dopo tutto è venuto da sé, con tanto lavoro negli archivi “veri” prima di approdare all’Università.
Come è nato il progetto editoriale di La verità di carta. A cosa servono gli archivi?

Anche qui il caso – se non lo vogliamo chiamare destino – ci ha messo lo zampino. Ho conosciuto Roberto Russo e Graphe.it alla presentazione di un libro ad Abbadia San Salvatore, sul Monte Amiata. Roberto, sentito il mio intervento, mi ha proposto di ragionare insieme sulla natura più profonda degli archivi che va appunto oltre alla convinzione piuttosto ingenua che essi siano depositi di verità. La verità di carta è un libro che mi è particolarmente caro soprattutto perché ho la presunzione di ritenerlo antiretorico e la retorica quando si parla di archivi è purtroppo sempre in agguato.
Quali sono le basi per la realizzazione (materiale e organizzativa) e per la corretta consultazione di un archivio?
È una domanda molto impegnativa che richiederebbe una risposta lunga un intero corso universitario. Per brevità diciamo che perché un archivio possa essere utilizzato ai suoi diversi fini è necessario che venga gestito secondo le norme e le tecniche archivistiche. Gli archivi non si governano con il buon senso o l’improvvisazione, vanno affidati a dei professionisti ad alta specializzazione, cioè agli archivisti. Esiste un metodo e ci sono standard e buone pratiche per lavorare negli e con gli archivi. Molto però lo fa l’esperienza sul campo, che orienta i processi di sedimentazione, descrizione e inventariazione. Non conviene dare in mano l’organizzazione di un archivio a qualcuno che non sia un archivista, neppure (e mi verrebbe da dire tantomeno) a uno storico nell’interesse degli stessi storici.

Nel suo testo precisa con fermezza che gli archivi sono materiale vivo e custodi di una visione non neutra della storia e, quindi, di noi stessi. Può spiegarci meglio questa sorta di paradosso tra memoria e conservazione?
Ogni archivio, anche prescindendo dalla fluidità digitale, attraversa diverse fasi di vita (si definiscono nel loro insieme “ciclo vitale”). In ogni fase possono intervenire modifiche più o meno casuali ai suoi assetti, a partire da attività di selezione e scarto programmate. La conservazione non è mai un fenomeno neutro e la memoria che ne è il risultato non è un processo automatico di trasposizione dei fatti nei documenti, ma una costruzione o, meglio, una rappresentazione, che bisogna saper interpretare. Personalmente detesto la retorica degli scrigni della memoria che ammicca a chissà quali segreti nascosti tra gli scaffali quando invece la ricerca archivistica è un processo selettivo e comparativo di informazioni e di contesti. Nella ricerca archivistica ci sono pochi automatismi e chi li consulta convinto di andare a caccia di verità nascoste è già fuori strada.
Quale legame unisce l’archivio, la memoria e la conservazione?

Si conserva per consultare ma perché la consultazione garantisca affidabilità all’informazione è necessario che l’archivio sia ordinato e cioè che restituisca insieme ai suoi contenuti anche il suo contesto inteso come l’insieme delle ragioni della produzione e della conservazione. Un archivio non ordinato e non contestualizzato è un po’ come una potente automobile a cui non sono stati montati i freni…
Oggi, con la gran quantità di archivi e documenti digitalizzati e facilmente fruibili, che significato assume la ricerca e l’archivio stesso?
È innegabile che i processi di dematerializzazione agevolino e potenzino la ricerca archivistica, ma è un errore gravissimo illudersi che la fatica dell’archivio possa ridursi a un motore di ricerca che agisce indisturbato sui documenti digitali e digitalizzati e sforna risposte liofilizzate. La digitalizzazione è un sogno da cui nessuno vuole svegliarsi e ha ricadute importanti in termini di potenziamento della mediazione, ma bisogna anche essere consapevoli delle criticità che porta con sé. Quello che spaventa di più è il panarchivismo. O, meglio, la tendenza di molti a credere che il self-archiving digitale sia la risposta finale… Dire che tutto è archivio non è onesto intellettualmente. Bisogna scegliere se vogliamo un mondo che rifletta noi stessi negli archivi che ci costruiamo da soli ovvero se continuiamo a credere nei processi più lenti e complicati che da sempre conferiscono agli archivi quell’affidabilità che ne fa effettivi strumenti di democrazia. L’idea di democratizzare la storia cucendosela addosso sfora in una preoccupante demagogia.

In questo particolare momento storico-sociale e tecnologico: a cosa servono gli archivi?
Oggi, come sempre, gli archivi sono prima di tutto strumenti di efficienza, trasparenza e democrazia. Gli archivi non nascono per la storia, ma per il diritto. Sono certificazioni di fede pubblica o privata che poi vengono piegati alla ricerca storica e all’uso culturale. Nel contesto attuale credo che l’idea di archivio ci serva soprattutto per difenderci dalle molte sofisticazioni digitali e artificiali che ci incalzano. Continuare a credere nel principio intangibile di affidabilità dell’informazione sarebbe un grande passo avanti, alla faccia di ogni agente artificiale.
Secondo lei, quale sarà il futuro degli archivi? E in che modo sarà possibile continuare ad accedere ai documenti e alle unità in essi conservati?

Gli archivi portano inevitabilmente il futuro dentro di sé e, tutto sommato, sono impermeabili alle tecnologie da cui da sempre dipendono. La loro sopravvivenza non è in discussione, ma certamente stanno già cambiando le modalità secondo le quali si producono, si conservano e si trasmettono. L’archivio del futuro del resto è già qui, nella liquidità elettrica dei documenti digitali. Perderemo probabilmente la fisicità allo stesso tempo ansiogena e consolatoria delle grandi consistenze analogiche, ma guadagneremo velocità, efficacia euristica e portabilità. A patto naturalmente che non si ceda a tentazioni anarchivistiche che riducono i complessi documentari a mere espressioni tecnologiche. E magari senza dimenticare la materialità dell’immateriale che porta con sé conseguenze etiche non indifferenti, soprattutto in termini di sostenibilità complessiva delle azioni digitali.

Con l’uso massiccio della tecnologia c’è un concreto rischio di perdere parte della nostra memoria? In che modo sarebbe possibile assicurarci che questo non accada?
Quella dell’obsolescenza e della ineluttabile fragilità della memoria digitale è poco più di una leggenda, se non un alibi, a guardar bene. Per evitare il paventato oblio digitale dovremo però dedicare ai documenti digitali la stessa cura che nel bene e bel male da sempre riserviamo alla carta o alle pergamene. La conservazione è questione di accudimento, ma l’accudimento presuppone un modello conservativo adeguato alla realtà. Il nostro modello è, invece, ancora analogico ed è vecchio e inadeguato al presente. Perderemo la memoria se non lo riformeremo in tempi brevi e in maniera strutturale, partendo da una collocazione istituzionale degli archivi a debita distanza dal Ministero della Cultura. Evitare l’amnesia finale è questione politica e giuridica prima che tecnica. Lo scenario è oltremodo complesso ma bisognerebbe fare lo sforzo di andare oltre la rassegnata apatia attuale, ammettendo i limiti e definendo nuovi paradigmi.
Qual è il corretto approccio a una ricerca archivistica?

Gli archivi hanno tratti di marcata polifunzionalità e quindi le ricerche possono porsi obiettivi diversi. In ogni caso il primo approccio a qualsiasi archivio dovrebbe essere mediato dagli archivisti o dai loro strumenti. Poi ci vogliono pazienza, fatica e soprattutto l’umiltà di capire che non sempre le cose sono come sembrano. Agli archivi non dobbiamo chiedere solo conferme perché essi sono fabbriche del dubbio, e il dubbio è l’anima della ricerca.
Quali sono i suoi prossimi progetti editoriali e professionali?
Sto ragionando su alcune questioni legate alla deriva demagogica dell’archivistica partecipativa e della disarchiviazione in quanto fenomeno alla moda e mi piacerebbe approfondire anche la questione della transizione dell’identità innescata dalle intelligenze artificiali. Il sogno nel cassetto però è scrivere un libro che parli di archivi senza parlare di archivi. Anzi, a pensarci bene, che non parli proprio di archivi…
















