La Rubrica online “Piazza Navona” è lieta di presentarvi Laura De Luca e la sua opera Ma l’amore no (Graphe.it Edizioni). Un dialogo tra la sé Grande e Piccola per tentare di superare il lutto materno. Non perdete l’Incontro con l’Autrice!
La trama

La perdita di un affetto caro è sempre dolorosa da accettare e superare. Quando viene a mancare una madre, ancor di più. L’Autrice in questo monologo con se stessa Grande e Piccola cerca di capire (per quanto possibile) non solo l’entità di questo immenso dolore, ma cerca anche di collocarlo all’interno della sua vita e della sua emotività. Per far questo, vengono ricordati luoghi precisi della Città eterna dove De Luca è cresciuta. Luoghi condivisi con il padre, la zia, la sua famiglia liberata dal fascismo e figlia prediletta del boom economico. Ma l’amore no, come canta Alida Valli nel film Stasera niente di nuovo di Mario Mattòli, l’amore mio non può disperdersi nel vento con le rose. Così, Grande e Piccola si incontrano, si abbracciano, crescono finalmente insieme completandosi e conoscendosi come, forse, mai prima. Fanno squadra, e insieme tutto può essere, se non semplice, certamente più sopportabile.
Sul libro

Ad aprile 2025 Graphe.it Edizioni pubblica nella Collana “Logia. Nuova serie” il testo teatrale Ma l’amore no di Laura De Luca. L’opera, che prende il titolo dall’omonima canzone che Alida Valli canta nel film Stasera niente di nuovo che Mario Mattòli dirige nel 1942, è un valido esempio della cosiddetta “scrittura terapeutica”. L’Autrice, infatti, sdoppiandosi in Piccola e Grande intesse un profondo dialogo con le due componenti di se stessa per cercare di capire, comprendere, accettare e interiorizzare il grande dolore per la perdita di sua madre.
De Luca crea un dialogo immaginario con la componente adulta e fanciulla di sé quasi fosse una intervista. Lei, protagonista di se stessa e del suo dolore, si interroga e, forse come mai prima, ritrova ricordi, profumi, attimi solo apparentemente dimenticati. E sarà proprio la Piccola ad aiutarla a destreggiarsi nel suo passato – più e meno recente -, sarà questa sua parte più ingenua e più libera da qualsiasi convenzione e costrizione a mostrarsi semplicemente quale è: forte perché carica della sua fragilità di bambina.

Fanciulla e donna: due lati della stessa medaglia che mostrano il vissuto e il suo senso della sua vita, della sua memoria, del suo rapporto con la madre e la sua famiglia che l’hanno cresciuta. Ma l’amore no, così, diviene una sorta di viaggio dantesco in cui guida e viaggiatore hanno lo stesso volto, cambia solo la sua età ma non la sua essenza. Queste due forze che sono e si fanno vita si scontrano, si offendono, si danno colpe vicendevolmente, ridono, si confrontano, si consigliano. Crescono insieme. Grande e Piccola, ciascuna a sua modo, cura la profonda ferita del lutto e della perdita nonché l’immenso vuoto dell’assenza di una madre.
Laura De Luca è stata bravissima, non c’è che dire. Si è sdoppiata senza mai realmente dividersi né snaturarsi. Al contrario, ha fatto di Ma l’amore no una possibilità, un’occasione di crescita ma anche di una tregua con la sua intima essenza, il tentativo della conquista di una pacifica armonia.

La forza e la potenza della scrittura permettono tutto questo. Consentono di svelare e di mostrare anche ciò che non si vede dando un nome preciso alle sensazioni e alle emozioni. Ci vuole coraggio, però. De Luca ne ha avuto da vendere: ha dato forma, consistenza e un volto al suo dolore che ha vissuto contemporaneamente due volte, da Grande e da Piccola. Certo, l’assenza e il dolore restano… ma poter dar loro una forma e, quindi, materialità può aiutare a renderci più forti e meno soli. Sicuramente più consapevoli e in equilibrio con il bambino e l’adulto che sono in ciascuno di noi. Nemici eppure alleati. Pur sempre noi e la nostra vita che, nonostante tutto, continua.
Incontro con l’Autrice

Come è avvenuto il suo incontro con la scrittura?
I ricordi sono confusi. Credo ci sia stato un passaggio naturale dall’ascolto di racconti e novelle che mi leggeva mio padre con sapienza attoriale innata al desiderio di raccontare anche io delle storie. Grande disegnatore, mio padre sapeva disegnare anche con la voce. E così il disegno, l’ascolto, la lettura e la scrittura hanno maturato in me portandomi a scrivere e a parlare come disegnando e a disegnare come raccontando. Una grande, benefica confusione. Oggi non so ancora bene se sono più una giornalista radiofonica, una attrice, una scrittrice o una disegnatrice… Tutte queste professioni sono dentro di me, in un certo senso, la stessa professione…
Come nasce il progetto editoriale di Ma l’amore no?
Non è mai stato un “progetto”, piuttosto uno sfogo. O meglio un pianto liberatorio. Lacrime scritte. Era appena morta mia madre e dovevo sciogliere nodi, fare pace con sensi di colpa e rimorsi. Volevo che restasse qualcosa della sua storia così particolare, e poi dei suoi pranzetti, dei suoi lavori a maglia, delle liste della spesa, delle umili tappe della “eterna faccenda quotidiana” che accomuna tante donne. Quante madri di famiglia scompaiono senza lasciare traccia? Volevo impedire questo svaporamento. Lo avevo sempre temuto, fin da quando ero piccola, con un precoce senso della fine: parlare con me stessa è stato perciò un ritorno a quei primi anni dell’infanzia quando chi era ben presente nella mia vita già, in qualche modo, annunciava la sua assenza.

Ma l’amore no è un dialogo, una intervista impossibile, tra lei adulta e lei bambina: qual è stato il passaggio più complesso da riportare su carta?
Nulla è stato complesso, se non il lutto. Al contrario, la conversazione ha camminato in una direzione di necessità, e più andava avanti, più gli intrichi del distacco si scioglievano in un senso di liberazione, le cose tornavano in ordine: il dolore diventava racconto.
C’è ancora qualcosa che sente di aggiungere al sensibile dialogo di Ma l’amore no?
No. Ho anche difficoltà a parlarne. A volte si scrive per non poter parlare. O per non avere parlato abbastanza, come in questo caso.
Qual è il suo legame con la canzone del 1942 scritta da Michele Galdieri e Giovanni D’Anzi che dà il titolo al suo libro?

Mamma la canticchiava sempre. Era tra le canzoni che ascoltava quando era ragazzina, durante la guerra. Credo volesse condividere il ricordo dell’atmosfera di quegli anni cupi, riportandomi indietro, con lei, alla sua adolescenza, e nello stesso tempo condividere ben altro, consegnarmi una specie di lascito “filogenetico”, riguardante ciò che ci segna tutti come appartenenti al genere umano: una lezione segreta e indelebile. La canzone celebra la resistenza del sentimento a tutte le avversità e le offese che chi ama può subire. È come se inconsapevolmente, per tutta la vita, mamma mi avesse detto: potrai anche abbandonarmi, potrai anche dimenticarmi, ma l’amore non verrà mai meno.
Nel caso di questo suo ultimo libro, crede che la scrittura sia stata terapeutica o, comunque, di aiuto per gestire ed elaborare il lutto per la perdita di sua madre? Ecco, la scrittura può avere anche una simile connotazione?
Come ho già detto, in questo caso la scrittura ha avuto esclusivamente questo scopo. Ma credo che valga sempre, anche quando l’autore non si espone, scrivendo sotto mentite spoglie, fingendo di essere qualcun altro.

Le interviste impossibili ricordano un programma radiofonico Rai e un bellissimo libro di Giorgio Manganelli. In entrambi i casi, persone del presente “incontrano” e intervistano personaggi del nostro passato. Come mai ha deciso di riprendere questo “format”? E in che modo l’ha fatto suo?
Questo format è geniale e squisitamente radiofonico. Fu un’idea di una anonima funzionaria della RAI degli anni Settanta del secolo scorso, Lidia Motta. Era un periodo di grandi contrapposizioni e scontri: generazionali, politici, ideologici… Ascoltavo queste trasmissioni da ragazzina e ne rimanevo affascinata. Era un modo alternativo, divertente e insieme critico di studiare la storia, la letteratura, insomma il nostro passato. Da adulta, lavorando nel settore culturale della Radio Vaticana, mi è sembrato naturale riprendere la formula e coinvolgervi prestigiosi autori di oggi, da Franco Cardini a Giuseppe Manfridi, da Ennio Cavalli a Idalberto Fei. Ho realizzato dieci stagioni, firmando oltre cento dialoghi come regista e una cinquantina come autrice. Il meccanismo è semplice e insieme inesauribile: me ne sono appropriata perché secondo me rappresenta alla perfezione il nostro universale bisogno di dialogo, in questi tempi di alienazione e di virtualità. A volte le interviste impossibili risultano più autentiche di quelle reali. Evidentemente, nel nostro intento di raccontare i fatti spesso ci allontaniamo dalla verità. Viceversa l’uso dell’immaginazione e dell’universo simbolico in conversazioni immaginarie ci aiuta a recuperare autenticità.

Quale elemento non deve mai mancare in una perfetta intervista impossibile?
La documentazione storica più rigorosa, da cui però l’autore deve potersi staccare liberamente per offrire una versione critica, immaginaria, perfino surreale, del personaggio in questione. E per permettergli, nella costruzione del dialogo immaginario, di arrivare perfino a capovolgere i ruoli: che sia l’autorevole intervistato, alla fine, a intervistare l’autore di oggi, o quando meno a porre, a lui e al pubblico, domande inquietanti sul nostro tempo. Dunque direi che l’altro elemento essenziale in una bella intervista impossibile è la disponibilità, da parte dell’autore, di farsi mettere in crisi dal suo personaggio.
Quali sono gli autori e le opere che hanno formato il suo essere lettrice e scrittrice?
Il giornalista Vittorio G. Rossi, con i suoi reportages per il settimanale Epoca, Giovanni Mosca, con i racconti che mi leggeva mio padre (per esempio Ricordi di scuola), Giovannino Guareschi e la saga di Don Camillo, Gorgio Manganelli da lei citato, lo Shakespeare dei Sonetti, il filosofo franco lituano Emmanuel Lévinas, il Nietzsche di Così parlò Zaratustra, poi tante autobiografie di pittori e scultori e la fantascienza di Isaac Asimov…

Qual è l’intervista impossibile che vorrebbe ancora realizzare?
Con Pulcinella. Che è un vero filosofo! Ma mi manca tanta cultura napoletana. Poi anche con l’inventore della salsa cubana, ballo spettacolare e bello da vedersi, che è meno frivolo di quanto sembri, che nasconde una lunga storia di sofferenza.
Quali sono i suoi prossimi impegni professionali?
Dall’autunno del 2023 sto portando in teatro le interviste impossibili. Una sfida non nuova ma non facile: in palcoscenico il dialogo puro e semplice può annoiare, mancando azione scenica. La sfida è stata accolta da Renato Giordano, autore, regista e direttore dello storico teatro romano Tordinona. Sostenuti da una buona accoglienza di pubblico stiamo preparando già la terza stagione, che prenderà il via il 28 ottobre di quest’anno.

Però, anche se sono diventata un po’ la sacerdotessa delle interviste impossibili, faccio anche altro nella mia vita. Dovrei impegnarmi un po’ per promuovere altre pubblicazioni mie uscite nei mesi scorsi, ma il compito principale è la gestione e la promozione dell’opera di mio padre, il fumettista Gianni De Luca, attraverso una serie di convegni a lui dedicati che dovrebbe avviarsi anche questa nel prossimo autunno. E siccome resto comunque “figlia di mio padre” sto realizzando, su commissione, un grande dipinto su legno dedicato alla galoppata di Astolfo sulla Luna, al recupero del senno di suo cugino Orlando, come raccontato da Ludovico Ariosto in Orlando furioso. Un promemoria sul fatto che abbiamo tutti qualcosa… da recuperare!



