La Rubrica online “Piazza Navona” ha letto per voi La follia dell’Hirameki di Mauro De Candia (Edizioni La Gru, 2024). Sei brevi racconti che mostrano come l’apparenza spesso inganna. E non perdete l‘Incontro con l’Autore!
La trama

La follia dell’Hirameki è una raccolta di sei racconti brevi dove tutto e tutti sono molto più di ciò che sembrano. “L’apparenza inganna” ed è proprio il caso di dirlo. Sei storie che – strizzando l’occhio al surrealismo e alla poetica pirandelliana – vanno decisamente oltre le parole. In Giustizia c’è Susanna, la giovane altruista ed empatica guardia penitenziaria che, dalla sua infanzia, custodisce quel segreto che ha determinato la sua vita; in Pregiudizio c’è Antò che, a causa dei suoi comportamenti “strani”, da emarginato e giudicato dai suoi concittadini perché “non in linea” con il loro metro di misura comportamentale; in Illusione troviamo Lucio, appassionato dell’Oriente e gran mangiatore di tofu; in Identità il protagonista ha la capacità di poter materializzare i propri pensieri pur trasformando anche se stesso; in Dissociazione abbiamo Karen accumulatrice di posta e corrispondenza che si riveleranno fondamentali alla sua scomparsa; infine abbiamo Hirameki, una sorta di conclusione dove l’Autore traccia il fil rouge che tiene unite le une alle altre le precedenti storie.
Sul libro

La Rubrica online “Piazza Navona” è sempre felice di presentare e proporre nuove letture. La felicità si moltiplica quando vi sono Autori e Autrici che desiderano ritornare e ritrovarsi in questa “piazza virtuale”, in questo spazio protetto e dedicato al meraviglioso mondo dei libri e alla curiosità per la Cultura in ogni sua espressione. Per questo siamo particolarmente contenti di ritrovare lo scrittore Mauro De Candia e di presentarvi la sua ultima opera (e prima in prosa) dal titolo La follia dell’Hirameki (Edizioni La Gru, 2024).
Certamente vi starete già chiedendo “Ma cos’è l’Hirameki?” Beh, è bene spiegarlo subito. Anzi, è lo stesso Autore nella sua Introduzione a rivelarci che
L’Hirameki è una tecnica orientale che consente di dare spazio alla fantasia, completando delle semplici macchie di colore in modo da dare loro un senso compiuto, andando a definire figure ben identificabili.

Per comprendere l’essenza e il senso dei sei racconti brevi (Giustizia, Pregiudizio, Illusione, Identità, Dissociazione e Hirameki) che compongono La follia dell’Hirameki è esattamente da qui che il Lettore deve partire. Mauro De Candia, infatti, inserendo naturalmente la sua stilla poetica in questa sua prima opera in prosa, crea dei protagonisti e delle storie che vanno molto oltre la loro “macchia di colore” divenendo anime compiute, con un loro mondo dentro cui al Lettore è concesso di penetrarvi e di carezzare la potenza e la fragilità dell’essenza che essi rappresentano e sono.
L’Autore con grande maestria e sensibilità crea delle storie e dei volti (non solo personaggi) che sono vivi, forti del loro presente e del loro passato, delle loro paure e delle loro sicurezze, di ciò che amano e fuggono. Sono vere e proprie anime quelle che De Candia racconta e ci regala con tanta generosità. Sono figure totali nella loro apparente incompiutezza che il Lettore avrà la possibilità di scoprire e smentire. Sono vite e vicende che guardano al surrealismo e alla poetica pirandelliana dell’apparire o dell’essere e non essere scespiriano… In ogni caso, si tratta di storie genuine, cariche di intensità e di potenza emotiva.

Ognuno dei sei racconti non lascia il Lettore indifferente creando in lui interrogativi e riflessioni. Una sola certezza: andare oltre. Oltre ciò che si vede, si sente o si immagina. Tutto ha il suo doppio, un prima o un dopo, una trasformazione in atto o passata. Tutto è un divenire continuo anche se non si vede e non si sa. Un doppio che si fa sempre uno. Perché uno e solo è l’animo di ciascuno di noi.
Aspettami come sempre, mio cosciente doppio, sulla frontiera dell’unico aldilà che possiamo condividere per un tempo breve, perché la vita concreta ci costringe sempre a ritornare di qua. Aspettami nelle viscere del fuoco irrazionale di sempre, fino alla prossima volta.
Incontro con l’Autore

Come nasce il progetto di La follia dell’Hirameki?
Nel 2022 provenivo da due sillogi poetiche che avevano ricevuto un buonissimo riscontro anche con riconoscimenti (come i due secondi posti al Premio Nabokov in due diverse edizioni), e ne avevo pronta una terza. Per varie questioni, il processo di ricerca editore e pubblicazione sembrava essersi arenato, ma sono tendenzialmente una persona tenace e ho pensato: “Invece di star fermo ad aspettare, perché non provi a scrivere in prosa e a vedere che succede?” Con mia sorpresa ho scritto la prima stesura dei racconti nell’estate 2023 e, dopo varie revisioni, ben tre editori non a pagamento hanno selezionato l’opera e si sono offerti di pubblicarla. Tra questi ho scelto Edizioni La Gru.
A cosa è dovuto il titolo della sua opera?
La follia come diversità è qualcosa che spaventa. L’Hirameki invece, pensando alla tecnica che rappresenta, è il simbolo dello svelamento progressivo del sé, della propria forma. Quelli contenuti in questo libro sono personaggi che vengono visti come folli (o quantomeno strani) dalla società, ma che da “resistenti” non si fanno fagocitare dagli standard, nel bene e nel male, e fanno del loro percorso di vita qualcosa di etichettabile come folle dal resto della gente.
La follia dell’Hirameki è il suo primo libro scritto in prosa. Come è avvenuto questo passaggio dalla poesia?

Si è configurato come qualcosa di naturale, quasi una transizione, dal momento che nella più recente fase, la mia scrittura poetica tendeva sempre più a raccontare, ad allungarsi. Chiaramente è un modo diverso di scrivere, a cui non ero arrivato in precedenza perché avevo altre esigenze.
Dalla poesia alla prosa: quali differenze, difficoltà, somiglianze ha riscontrato tra queste due forme letterarie? In quale sente di essere più a suo agio?
Bella domanda. La poesia, per quanto possa essere declinata anche in forma lunga, può dare una soddisfazione più immediata. La chiudi, la mandi come inedita su un blog, la pubblichi su Facebook, la fai girare e anche se ti è costata un mese di scrittura e riscrittura, a un certo punto la senti “compiuta” già prima della pubblicazione ufficiale in cartaceo. La mia scrittura poetica inoltre è molto surreale e universale e poco centrata sul sé. Scrivere in prosa invece è un processo di assemblaggio (in aggiunta o in sottrazione) che teoricamente può non fermarsi mai: io tendo a togliere e ad aggiungere, finché non sento il suono dell’equilibrio. Ma non è mai un suono realmente definitivo, ci si può solo avvicinare alla sensazione che il libro possa essere compiuto. E il compromesso con se stessi è riuscire a dire “basta”, non tornarci più su, fermare il gesto creativo per consentire al libro di nascere. La presenza di dialoghi mi costringe ad essere più materico e concreto (talvolta anche realisticamente e verosimilmente banale: chi mai userebbe parole forbite ed escursioni filosofiche all’interno di un dialogo in casa tra due persone comuni?), anche se immancabilmente ci metto sempre dei momenti molto poetici. Non riesco a fare a meno dello spleen ma trovo molto più facile descrivere e raccontare, che impostare i dialoghi, forse proprio per questo incatenamento alla realtà che le parole di un dialogo richiedono per non sembrare fittizie. Al momento mi sento più a mio agio come narratore che come poeta.

Quali Autori od opere hanno in qualche modo ispirato La follia dell’Hirameki?
Sono un rastrellatore compulsivo. Spesso apro libri a caso, scopro parole nuove, cannibalizzo metodi. Potrei dire che da Rodari a Calvino, tutto ciò che ho letto (anche in poesia) è stato utile alla scrittura. Mi piace chi sa uscire dalla banalità, chi tenta percorsi di scrittura poco battuti, i metafisici, gli sperimentatori, i sognatori, purché restino in qualche modo legati a una storia.
Qual è stata la fase narrativa e di scrittura più complessa che ha affrontato durante la stesura di La follia dell’Hirameki?
Riuscire a capire cosa fare col secondo racconto: lo scultore che nella versione finale è citato solo come breve comparsa, era in realtà il protagonista nella prima versione, faceva una brutta fine. Poi ho pensato, per il carattere selvatico del protagonista, a una sorta di versione lucana di Rosso Malpelo (anche se la storia di Verga è completamente diversa), ma ho dovuto approfondire il contesto storico. Tra le cose più sconvolgenti che ho scoperto nella fase di approfondimento, la pratica in Basilicata nell’Ottocento di vendere i propri figli come musicisti girovaghi nelle Americhe. Bambini che spesso morivano in viaggio su una nave transoceanica e non tornavano più.

La nostra contemporaneità, spesso fatta di apparenza e non detti, quanto e in che modo ha influenzato i suoi racconti?
Penso che oggi sia più facile scoprire il lato oscuro di una persona rispetto al passato. Siamo tracciati ovunque, ci sono telecamere a ogni angolo di strada, abbiamo la possibilità dell’esame del DNA (che tanto aiuta ad esempio nella risoluzione di delitti), le nostre ricerche su internet sono registrate e così via. Un tempo (e qui mi viene in mente il mito del “matrimonio felice di una volta”, che spesso era solo la paura di fuggire per non fare una brutta fine) la gente spariva e non si sapeva perché. Esiste un nucleo, tuttavia, che continua a sfuggire alla percezione esterna, ed è il proprio mondo interiore, che è quello che appartiene ai personaggi del libro e che al limite faccio solo gorgogliare un po’ al di fuori. Il tema della verità assoluta è un po’ una mia ossessione e credo che tornerà ancora nelle mie prossime pubblicazioni.
Nel film Mine Vaganti di Ferzan Özptek la meravigliosa nonna interpretata da Ilaria Occhini pronuncia una battuta bellissima: “Normalità, che brutta parola!” Ecco: cos’è per lei la normalità?

La normalità come concetto generalizzante è una brutta cosa, oltre che una brutta parola. Se tutti fossero “normali” non ci sarebbe diversità e varietà e nemmeno evoluzione e cambiamento, dal momento che la fissità non produce cambiamento (pensiamo a certi regimi “chiusi” da secoli alle influenze esterne, come paradigma del concetto). Saremmo apparentemente più uniti ma solo avendo rinunciato alla scelta. E a me un mondo di persone fatte con lo stampino non piace. Bisognerebbe “provare a pensare un po’ diverso” (per citare le parole del compianto Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso). Credo che buona parte degli esseri umani siano poco tolleranti verso la diversità, e in questo la parola “normale” non significa altro che “uguale a me”, un rassicurante autoriferimento, un voler stare col proprio doppio. La normalità, per me, è arrendersi e conformarsi, smettere di scegliere in maniera autentica, rinunciare a scavare dentro di sé. Mi piace invece parlare di “normalità” al plurale. Ecco, viva “le normalità”, con riferimento al proprio centro interiore.
C’è ancora qualcosa che vorrebbe dire, o far dire, ai protagonisti dei suoi racconti?

Proseguirei all’infinito il viaggio notturno di Alessandro nell’ultimo racconto, per incontrare altri personaggi del suo passato.
Quali sono i suoi prossimi impegni e progetti editoriali?
Ci sono almeno due progetti in corso, uno dei quali è in poesia: vorrei tornare a lavorare sulla terza silloge poetica inedita ma in una prospettiva diversa. Sul progetto in prosa preferisco non svelare nulla. Spero di parlarne con voi da qui a un paio d’anni.



