La Rubrica online “Piazza Navona” vi presenta Ària, il nuovo album dell’omonimo quintetto prodotto da nusica.org che crea uno spazio aperto all’improvvisazione. Non perdete questo nuovo Incontro d’Arte!

Il 18 aprile 2026 è uscito Ària, il nuovo album dell’omonimo quintetto e quarantaduesima produzione di nusica.org.
“Ària”, gruppo musicale nato come trio – Giuditta Franco (voce), Edoardo Cian (chitarra e banjo), Giulio Tullio (trombone) – diventa un quintetto con l’aggiunta di Francesco Bordignon (contrabbasso) e Francesco De Tuoni (batteria). Voce e strumenti musicali vengono posti sullo stesso piano creando un dialogo armonico che esplora tutte le possibilità dell’improvvisazione. Identità e suoni si (con)fondono creando un intreccio e un equilibrio perfetto di voci e armonie.
La collaborazione dei cinque musicisti dà vita alle sette tracce di Ària che si fanno immagini visive nate dalla naturale ricerca dell’improvvisazione strettamente legata all’anima jazz del quintetto che si lascia ispirare dal trio Azimuth di Norma Winstone, John Taylor e Kenny Wheeler, Carla Bley e Charlie Haden.
Così, sperimentazione e ricerca sulla forma-canzone divengono i cardini di questo album dall’armonia rarefatta e perfetta.
Incontro d’Arte con “Ària”

Come nasce il quintetto “Ària”?
“Ària” nasce come trio (voce, chitarra, trombone) con l’intento di porre gli strumenti sullo stesso livello e aprire uno spazio fluido dedicato all’improvvisazione. Al centro c’è la ricerca di un suono rarefatto: attraverso l’uso dell’elettronica e l’esplorazione timbrica, le identità dei singoli si espandono e si intrecciano fino a confluire in un vero e proprio “suono collettivo”. Il passaggio alla formazione in quintetto amplia ulteriormente le possibilità espressive: contrabbasso e batteria introducono una base ritmica e una tavolozza sonora più ricca, valorizzando gli intrecci melodici e armonici del nucleo originario e aprendo nuove direzioni sul piano del groove. In questo dialogo tra sospensione e tensione emerge uno degli elementi distintivi del gruppo: il contrappunto tra trombone e voce, due linee affini per registro e timbro, concepite come una “doppia voce” all’interno dell’ensemble.

Come nasce il progetto musicale dell’album Ària?
Il progetto musicale dell’album Ària nasce dall’esigenza dei membri del gruppo di costruire un suono e un timbro realmente condivisi. Questa ricerca passa attraverso un equilibrio tra improvvisazione e composizione collettiva, intese come pratiche complementari e interconnesse. L’elemento improvvisativo diventa quindi centrale, sia per definire un’identità sonora riconoscibile, sia per approfondire l’esplorazione timbrica. La produzione discografica comprende brani originali e arrangiamenti di repertori folk e jazz. In questi ultimi, il gruppo ha scelto di confrontarsi con materiali fortemente connotati, “smontandoli” e rielaborandoli per farli propri, trasformandoli in un terreno di verifica del proprio suono identitario. Ogni componente ha contribuito portando una propria composizione, favorendo così la costruzione di un linguaggio condiviso. Su questa base, il lavoro collettivo di arrangiamento ha permesso di dare coerenza e unità all’intero progetto.

Quali sono gli artisti che hanno formato il vostro essere musicisti e la vostra musica?
Ogni componente del quintetto proviene da una formazione nel jazz tradizionale, successivamente ampliata attraverso un percorso personale all’interno della scena del jazz contemporaneo europeo, sviluppando un proprio linguaggio e una voce artistica distintiva. Su questo terreno comune si innestano però influenze eterogenee, legate anche alle esperienze precedenti dei singoli: dalla formazione classica di Giuditta Franco e Giulio Tullio, fino al forte interesse per la musica folk del chitarrista Edoardo Cian. Questi elementi contribuiscono in modo significativo alla definizione del suono condiviso dell’ensemble. Il carattere rarefatto e arioso della formazione richiama alcune estetiche del jazz nord-europeo, con riferimenti ad artisti come Norma Winstone e Kenny Wheeler. Da queste influenze nasce l’idea di un ensemble in cui la voce non assume un ruolo esclusivamente solistico, ma si inserisce in una dimensione quasi cameristica, in cui tutti gli strumenti dialogano su un piano di pari importanza.

Tra i brani contenuti in Ària a quale sentite di essere più legati? E perché?
Probabilmente il brano al quale siamo più legati è “Black and White”, composizione di Stefano Onorati e del trombettista Marco Tamburini, che purtroppo ci ha lasciati nel 2015. Questo brano rappresenta un po’ l’inizio del percorso musicale del quintetto in quanto lo scegliemmo come uno dei pezzi da eseguire nell’edizione del 2024 del “Premio Marco Tamburini”, concorso che per noi è stato il punto di partenza per la creazione del suono attuale del gruppo. Prima di esso infatti la formazione era semplicemente un trio senza contrabbasso e batteria, per l’occasione si decise di sperimentare un organico più ampio, che poi rimase tale. La reinterpretazione del brano di Tamburini, al quale Giuditta Franco aggiunse anche un testo, è stata appunto la prima esperienza di arrangiamento condiviso di un pezzo e, considerando che quell’edizione del Premio fu appunto vinta dal nostro quintetto, il legame che abbiamo nei confronti di “Black and White” è sicuramente più forte rispetto ad altri brani, ci ricorda chi siamo e da dove veniamo.

In che modo siete riusciti a trovare il giusto equilibrio tra improvvisazione libera e scrittura?
Essendo uno degli elementi cardine del progetto, il processo compositivo è stato orientato fin dall’inizio alla creazione di materiali — melodici e armonici — capaci di dialogare organicamente con l’improvvisazione. L’intento di ciascun compositore è stato quello di costruire brani articolati in sezioni differenti, in grado di condurre in modo naturale verso momenti di improvvisazione libera, concepiti non come interruzioni ma come sviluppo espressivo del discorso musicale. Queste caratteristiche si declinano in modi diversi all’interno del repertorio. In “Valinys”, ad esempio, l’elemento ritmico ha un ruolo predominante, per poi progressivamente svincolarsi dalla propria funzione strutturale e lasciare spazio a una dimensione più timbrica e aperta. In “Time Thieves”, invece, un ostinato iniziale evolve in una sezione di improvvisazione trattata in reverse, caratterizzata da suoni lunghi e rarefatti. Alla base di questo approccio vi è l’esigenza di creare contrasti espressivi che arricchiscano la narrazione dei brani, mantenendo un equilibrio dinamico tra tensione e sospensione e rafforzando l’identità sonora dell’ensemble.

Nel vostro album quale dialogo siete riusciti a creare tra voce, chitarra, banjo, trombone, contrabbasso e batteria?
Ogni brano del disco interpreta il dialogo tra gli strumenti in modo diverso. Creare diverse assi di interazione è fondamentale per creare varietà e suscitare interesse nell’ascoltatore. Ecco perchè “Valinys”, il brano di apertura del disco, gioca fondamentalmente sul dialogo tra chitarra e batteria attraverso le sezioni, “Holland”, invece, oppone l’asse batteria-contrabbasso all’asse melodica e corale di trombone e voce, mentre “Underwater”, “Wonders” e “Valinys Reprise” danno molto più spazio al dialogo tra contrabbasso, batteria e chitarra. Brani come “Black and White” e “Time Thieves”, invece, esaltano appieno la pasta sonora che voce e trombone sono in grado di generare.
Dall’idea alla fase di registrazione: qual è stata la difficoltà maggiore incontrata nella realizzazione di Ària?

Non in termini di difficoltà, ma piuttosto nel definire l’estetica di alcuni brani, sicuramente il lavoro in studio ha avuto un ruolo determinante. Il brano “Time Thieves”, ad esempio, primo singolo dell’album, ha contribuito in modo significativo alla costruzione del suono onirico dell’ensemble. Si tratta di un’idea maturata nel tempo e sviluppatasi pienamente solo in fase di registrazione. Il risultato è un equilibrio sottile tra improvvisazione e scrittura, principio cardine del progetto. Il brano si configura come una “space ballad” articolata in tre sezioni (tema – improvvisazione – tema), con una drammaturgia basata su una rivelazione progressiva. Il tema è costruito su due linee distinte: da un lato note lunghe affidate a voce e trombone, dall’altro una linea più mobile per chitarra e contrabbasso. Nella prima esposizione, tuttavia, la chitarra si muove in modo più libero, lasciando solo intravedere l’intreccio melodico che emergerà compiutamente nella sezione finale. La parte centrale è dedicata ad un’improvvisazione radicale: in studio, il solo collettivo è stato registrato partendo da un momento di massima densità ed energia, per poi essere progressivamente rarefatto fino a una trama minimale. Questo materiale è stato successivamente invertito (reverse), creando un percorso d’ascolto che procede al contrario: da uno spazio rarefatto verso una tessitura sempre più densa, in cui i suoni — pur evocando gli strumenti tradizionali — si trasformano in timbri inaspettati. Il ritorno al tema avviene infine con una nuova consapevolezza: per la prima volta il brano si stabilizza in un tempo definito e in un groove marcato, mentre le due linee melodiche si intrecciano pienamente. La batteria assume qui un ruolo centrale nel guidare la crescita dinamica, conducendo il pezzo verso il suo culmine.

Quale vuole essere il messaggio della vostra musica?
La nostra musica vuole trasmettere sensazioni, cercare di raccontare paesaggi immaginari, onirici. Ci piacerebbe che l’ascoltatore si immerga in un mondo parallelo, fatto di gravità leggere, suoni ariosi, in opposizione a forti gravità e sonorità scure.
Qual è il brano musicale che avreste tanto voluto creare e comporre? E perché?
Sicuramente “Holland” di Sufjan Stevens. Un brano che amiamo molto e che proprio per questo abbiamo voluto inserire nel disco come brano non originale. Sentivamo il bisogno di omaggiare il cantautore americano, con il risultato che il pezzo è diventato uno dei nostri preferiti del disco.
Dove è possibile ascoltare e acquistare Aria?
Su tutte le piattaforme streaming digitali e in copia fisica (CD) nel sito di Nusica.org

Quali sono i vostri prossimi progetti e impegni musicali?
Il nostro intento è quello di portare la nostra musica nei contesti live, aggiungendo man mano nuovi brani inediti che verranno poi registrati magari in un secondo lavoro discografico. Come detto in precedenza nella nostra musica l’improvvisazione detiene un ruolo fondamentale, e la sperimentazione, soprattutto durante i concerti, ci permette di esplorare nuovi territori e soluzioni, arricchendoci di conseguenza. Pensiamo che tutto ciò sia fondamentale nel progetto di crescita di un gruppo come il nostro e non vediamo l’ora di portare il nostro lavoro anche al pubblico con le esibizioni live.

