Lilla Brignone

Lilla Brignone

Un affettuoso omaggio, un doveroso ricordo dedicato ad una delle più grandi Attrici italiane del secondo Dopoguerra nell’anniversario della sua scomparsa: Lilla Brignone.

Esattamente il 24 marzo del 1984 il nostro Teatro e la sua Storia hanno perduto una personalità professionale e umana davvero molto importante: Lilla Brignone. E, se in questo periodo, in questi anni, in questi giorni tutto sembra esser dimenticato in fretta su questa Donna, su questa Attrice è doveroso soffermarci e dedicarle un ricordo, un pensiero. A lei come a tantissimi altri Artisti che, purtroppo, vengono traditi costantemente dalla memoria così labile e così sfuggente.

Lilla Brignone in "Estate e fumo" di Tennessee Williams, regia di Giorgio Strehler (1950)

Lilla Brignone in “Estate e fumo” di Tennessee Williams, regia di Giorgio Strehler (1950)

Tengo personalmente a dedicare questo mio articolo ad un’attrice, anzi, all’Attrice che mi ha insegnato ad amare il Teatro, che mi ha aiutata a scoprire autori e testi altrimenti sconosciuti… che mi ha insegnato le sfumature proprie delle parole e dei loro sensi così cangianti se accompagnati da quello sguardo, da quella voce, da quei silenzi. E vorrei tanto che, con questo mio breve articolo, si possano incuriosire altri giovani, altre persone al ricordo e alla scoperta di questa Donna che ha fatto del suo essere attrice la sua Vita.

Lilla Brignone (dietro le quinte, fine anni Quaranta)

Lilla Brignone (dietro le quinte, fine anni Quaranta)

Per far questo è bene raccontare brevemente la vita di Lilla Brignone il cui vero nome, però, è Adelaide che nasce a Roma, in Via del Teatro Valle (“segno del destino”?) il 23 agosto 1913. Figlia del regista Guido Brignone e dell’attrice Dolores Visconti nonché nipote di Mercedes Brignone (sua zia) e di Giuseppe Brignone (suo nonno) nelle vene di Lilla sembra scorrere proprio il sangue che ha lo stesso colore tanto intenso delle stoffe dei sipari di ogni teatro che si rispetti. Ma la famiglia, o meglio, suo padre – soprattutto dopo la perdita della moglie – non desidera che la ragazza tenti la strada dello spettacolo tenendola ben lontana dai riflettori e da qualsiasi palcoscenico mettendola in un collegio torinese dove resta sino al termine degli studi. La stessa Lilla in un’intervista degli anni Settanta racconta, “Mio padre era un signore molto elegante, molto bello, molto severo e poco comunicativo. Non aveva un’idea positiva del teatro. Forse lo angosciava il ricordo della moglie che lo aveva lasciato così presto. Chissà… È strano, ma proprio lui, discendente di una famiglia di attori, fece di tutto per impedire alla figlia di accostarsi al mondo dello spettacolo. Era in buona fede, questo è certo. Ed era convinto di agire per il mio bene. Forse si preoccupava della vita impossibile che gli attori, soprattutto a quel tempo, erano costretti a condurre, vagando continuamente da una città all’altra, da una pensione all’altra. Mia zia Mercedes, per esempio, era nata casualmente a Madrid[1].

Lilla Brignone in "Elettra" di Sofocle, regia di Giorgio Strehler (1951)

Lilla Brignone in “Elettra” di Sofocle, regia di Giorgio Strehler (1951)

Lilla, però, proprio per reazione al controllo cui viene sottoposta (prima in collegio prima; a Roma in casa di amici e parenti dopo) innesca un atteggiamento fortemente ribelle nei confronti del padre e di chiunque tenti, in qualche modo, di sbarrarle la strada diventando dispettosa, orgogliosa pur senza mai dar segni di evidente cedimento. Senza mai piangere. Ed è proprio per questo profondo bisogno di libertà che Lilla decide di diventare un’attrice: ha bisogno di evadere e di rifarsi dopo tutto quanto sofferto nella sua adolescenza. Infatti, non si può proprio parlare di “vocazione” o di “fuoco sacro” nella scelta di Lilla di fare di sé un’attrice, “Per carità, non parliamo di passione, di richiamo atavico, di vocazione fatale e di altre consimili sciocchezze. Accadde semplicemente che, dopo la liberazione dal collegio, vidi nel teatro una possibilità concreta di riscatto, di vendetta. Un giorno strappai a mio padre il permesso di assistere a una matinée, e al palcoscenico mi venne incontro Laura Adani, che avevo conosciuto da mia zia Mercedes. Biondissima, fascinosa, vestita di verde, Laura mi parve bellissima, e io la invidiai disperatamente. Decisi quindi di seguire la sua strada[2]. Suo padre ovviamente si oppone fin quando la ragazza vuota tutto d’un fiato una boccetta di laudano rischiando la vita. Dopo quest’episodio anche Guido Brignone deve arrendersi al volere di sua figlia con cui stringe un patto: la ragazza ha tre anni di tempo per raggiungere il successo qualora questo non fosse arrivato Lilla si sarebbe dedicata ad altro. Da questo momento Lilla muove i primi passi nel teatro grazie all’intercessione della zia Mercedes che le procura una scrittura nella compagnia di Kiki Palmer debuttando, nel 1934, con il ruolo di Bella ne La famiglia Barrett di Rudolf Besier. Gli inizi, però, non sono dei più rosei. Lilla ha raggiunto il suo scopo: essere libera dal controllo paterno. Ma non sembra essere ancora sufficiente per lei. La giovane attrice, infatti, ha un programma ben preciso nella sua testa: non rimanere nella stessa compagnia per più di due stagioni. Così, scaduto il tempo previsto qualsiasi scusa è buona per andarsene creando attorno a sé un’atmosfera non proprio idilliaca. Nell’ambiente teatrale inizia ad essere conosciuta (per essere distinta da sua zia e per la sua costituzione tanto magra) come “Brignoncina” e non viene presa molto sul serio per il suo modo di gestire “l’Arte”. Sa è il suo Maestro Ruggero Ruggeri a farle mettere la testa a posto e fare di lei un’attrice anche nell’animo insegnandole il peso e la forza delle pause, dei silenzi, della potenza vocale. E da qui la sua carriera non ha mai smesso di andare sempre “oltre” superando sé stessa alzando continuamente l’asticella del suo innato talento e delle sue personali potenzialità lavorando assieme a registi e attori del calibro di Memo Benassi, Renzo Ricci, Elsa Merlini e Salvo Randone.

Lilla Brignone in "Alcesti di Samuele" di Alberto Savinio, regia di Giorgio Strehler (1950)

Lilla Brignone in “Alcesti di Samuele” di Alberto Savinio, regia di Giorgio Strehler (1950)

Si deve aspettare la seconda metà degli anni Quaranta per ammirarla a teatro nel suo massimo fulgore ovvero quando, sotto la direzione di Giorgio Strehler (nel periodo 1947 – 1952) e affiancata dal suo compagno d’Arte e di vita Gianni Santuccio debutta al Piccolo Teatro di Milano di via Ravello grazie al quale si portano in scena per la prima volta autori sconosciuti in Italia (un esempio per tutti Tennessee Williams con Estate e fumo) ma anche classici del Teatro come Romeo e Giulietta e La bisbetica domata di William Shakespeare, I giganti della montagna di Luigi Pirandello, La Parigina di Henry Beque, La Famiglia Antropus di Thornton Wilder, l’Elettra di Sofocle, Elisabetta d’Inghilterra di Ferdinand Brückner, La selvaggia di Jean Anouhil e Lulù di Carlo Bertolazzi. In queste stagioni Lilla ottiene un grande successo di pubblico e di critica tessendo e formando completamente la sua identità e personalità di attrice di cui Italo Calvino scrive, “Lilla Brignone tutta pungente e scattante, è capace di recitare tutto, anche le pause e le virgole”[3].

Lilla Brignone e Gianni Santuccio ne "I giganti della montagna" di Luigi Pirandello, regia di Giorgio Strehler (1947)

Lilla Brignone e Gianni Santuccio ne “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello, regia di Giorgio Strehler (1947)

Terminata questa stagione Lilla continua a lavorare con Santuccio a Milano ottenendo grandi successi con spettacoli come L’allodola di Jean Anouhil, Come le foglie di Giuseppe Giacosa e Il crogiuolo di Arthur Miller con la regia di Luchino Visconti. Con quest’ultimo (che la chiamava affettuosamente “Cocca”) si instaura un rapporto di profonda ammirazione, di affetto e di grande rispetto tanto che è così che Lilla ne parla dopo la sua scomparsa, “Era un perfezionista, ma il suo era un perfezionismo filosofico, faceva parte di un discorso di armonia interna che lui voleva ritrovare riflessa nelle cose. Poi, era un Maestro insuperabile nel guidare gli attori: ricordo che mi ha tolto con, estremo garbo, tutti i difetti giovanili, le dizioni, le pause non tempestive, le ‘cantilene’. Il teatro italiano è migliore, oggi, solo per merito suo”[4].

Lilla Brignone con Luchino Visconti

Lilla Brignone con Luchino Visconti

Arriviamo agli anni Sessanta e Lilla in questo periodo fa anche le sue più significative apparizioni cinematografiche che non saranno molte (ricordiamo Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli del 1960, L’eclisse di Michelangelo Antonioni del 1962 e il suo cameo ne Il giorno più corto di Sergio Corbucci del 1963) proprio per il suo amore per “la polvere del palcoscenico e senza alcun rimpianto. Infatti, è proprio Lilla ad affermare, “Con il cinema non ci siamo mai cercati anche se ho avuto alcune parti piccole, anche se ho lavorato con registi importanti come Antonioni. Ma io ho voluto dedicarmi al teatro, che richiede sacrificio, fatica, continuo studio ed aggiornamento. Anche la fatica fisica perché i quattro anni degli Spettri sono stati davvero faticosi. In sei mesi abbiamo fatto settanta città”[5]

Lasciato anche il Teatro di Milano Lilla inizia ad appoggiarsi ai Teatri Stabili soprattutto a quello di Torino e di Genova seppur con fortune alterne. Si spinge sempre avanti. Forse troppo per la critica e il pubblico di allora. Basti pensare allo scandalo provocato, nel 1967, con La monaca di Monza di Giovanni Testori con la regia di Visconti dove si racconta della vocazione forzata di Virginia di Leyva sedotta e condotta al peccato da Paolo Osio per cui viene imprigionata fingendo di pentirsene solo per ritrovarlo non sapendo, però, della sua morte. La monaca che rappresenta la Chiesa viene, così, rappresentata come Donna e questa duplice personificazione non tarda a provocare lo scandalo e l’ira dei religiosi e dei ferventi Cattolici del tempo che considerano lo spettacolo blasfemo e anticlericale.

Lilla Brignone in "Maria Stuarda" di Schiller, regia di Luigi Squarzina (1964)

Lilla Brignone in “Maria Stuarda” di Schiller, regia di Luigi Squarzina (1964)

Questo è solo uno degli esempi del grande Teatro di Lilla Brignone di questo periodo così ricco per il nostro Teatro e molti altri se ne possono ricordare grazie anche alla versione per la televisione: Danza di morte, Maria Stuarda, Elisabetta d’Inghilterra e persino uno sceneggiato in due puntate sulla vita di Eleonora Duse.

Certamente tra gli ultimi incontri più significativi per l’attrice ci sono quelli con Franco Enriquez che dirige l’allestimento di Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee dove compare anche Alberto Lupo e quello con Giancarlo Sepe che la dirige nei suoi ultimi tre spettacoli: Come le foglie (1979), Danza macabra di August Strindberg e La casa di Bernarda Alba di Federico García Lorca (entrambi del 1981) e Così è (se vi pare) – del 1982 – dove interpreta in modo impeccabile la dolce e fragilmente fiera Signora Frola.

È con questo ruolo che Lilla Brignone saluta il suo pubblico nello stato anno in cui viene insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica per meriti artistici consegnatale il 5 marzo 1982 dal Senatore Nicola Signorello, Ministro dello Spettacolo.

Lilla Brignone riceve l'onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica dal Ministro Signorello (1982)

Lilla Brignone riceve l’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica dal Ministro Signorello (1982)

Ed è così che lentamente si cala il sipario su una vita così intensa, così ricca di Arte, di affetti di questa Donna e di questa Attrice dagli occhi lunghi e tagliati, da quelle labbra sottili, da quel corpo così magro ma tanto forte da contenere un animo, un talento e una voce che, per chi ha avuto la fortuna e l’onore di ascoltarli e ammirarli, restano indimenticabili. Per tutta la vita Lilla è rimasta una Donna curiosa, sperimentatrice, all’avanguardia, incurante di essere considerata “troppo avanti” per i suoi tempi e pronta, ormai matura, ad affidarsi all’istinto e al talento di registi e autori delle nuove generazioni per creare uno scambio felice, per alimentare insieme una nuova idea di Teatro fornendogli tutto l’ossigeno necessario. Lilla è stata un’attrice che non ha mai smesso né dimenticato di esser donna non trascurando il ruolo assegnatole dalla Natura, ovvero quello di madre e anche di nonna amorevole e amata restando sempre fedele al suo essere e alla sua persona che va oltre la costruzione del personaggio. È “semplicemente” se stessa. Ed è con queste parole che Lilla si descrive in bilico tra la bellezza (quella che viene da dentro, dalla propria forza e che la rendono bella come se lo fosse per mano di Madre Natura e affascinante come poche altre donne della sua epoca hanno saputo esserlo) e la carriera, “Ora è come sempre. Sono una vecchia ragazza incapace di crescere e di diventare cinica. Sono una nonna che ha bisogno di vivere. Che si diverte moltissimo a faticare sul palcoscenico, come i mostri di una volta, quegli animali di teatro che morivano esalando l’ultima battuta in un teatrino di provincia o in un camerino polveroso…”[6] credendo fermamente che il Teatro sia “il mezzo per calmare la grande paura della vita, per allontanare il giorno più terribile in cui si resta soli”[7].

Lilla Brignone ne "La casa di Bernarda Alba" di Federico García Lorca, regia di Giancarlo Sepe (1981)

Lilla Brignone ne “La casa di Bernarda Alba” di Federico García Lorca, regia di Giancarlo Sepe (1981)

Così, il 24 marzo 1984 sulla vita e sulla carriera di Lilla Brignone cade il sipario ma la sua voce, la sua presenza restano come un’eco infinito dentro ogni Teatro…ed è lì che ancora si aggira assieme ai suoi compagni di lavoro pronta con il suo sguardo fiero, profondo, orgoglioso e le sue mani così armoniose e vive a inchinarsi al suo pubblico, ad accoglierlo nei suoi silenzi e nella sua aura oggi divenuta leggenda.

Chiara Ricci

 

[1] Giuseppe Grieco, Che stupida, ho cominciato la mia carriera con un tentato suicidio in «Gente», anno XVII, n.23, 8 giugno 1973, pp.112-121.

[2] Giuseppe Grieco, Che stupida, ho cominciato la mia carriera con un tentato suicidio in «Gente», anno XVII, n.23, 8 giugno 1973, pp.112-121.

[3] Guido Davico Bonino, Brignone mezzo secolo in teatro ne «La Stampa», Anno 118, n.72, 25 marzo 1984, p.23.

[4] Paolo Lingua, Brignone: Visconti ha insegnato a tutti Strehler è diventato più bravo, però… ne «La Stampa», Anno 115, n.97, 24 aprile 1981, p.18.

[5] Franco Ruffo, Brignone a Verona per il Simoni: Questo premio io l’ho meritato ne «La Stampa», anno 114, n.172, 9 agosto 1980, p.12.

[6] m.a., Brignone: non mi sento grande attrice ne «La Stampa», anno 112, n.291, 15 dicembre 1978, p.7.

[7] m.a., Brignone: non mi sento grande attrice ne «La Stampa», anno 112, n.291, 15 dicembre 1978, p.7.