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“Two and the Machine”, il rapporto tra “uomo” e “macchina” diventa musica

La Rubrica online “Piazza Navona” vi propone lo speciale Incontro d’Arte con una doppia intervista a Michele Tedesco e Gian Ranieri Bertoncini in occasione dell’uscita del loro album Two and the Machine per l’etichetta musicale nusica.org.

Michele Tedesco e Gian Ranieri Bertoncini, “Two and The Machine” (2024)

Dal 18 maggio è disponibile il nuovo album Two and the Machine di Michele Tedesco e Gian Ranieri Bertoncini e prodotto da nusica.org. Si tratta di un progetto musicale assai ambizioso in cui i due musicisti cercano (e riescono!) a mettere in comunicazione “l’uomo” e “la macchina” (organizzata). Due mondi così diversi per poi scoprire di essere, inevitabilmente, l’uno il prolungamento dell’altro pur mantenendo la propria identità e la propria ragion d’essere.

Le dodici tracce dell’album, infatti, servendosi dall’uso sapiente di emettitore sonoro digitale si spingono oltre la sperimentazione creando dei forti impatti emotivi ed emozionali. In tal modo le sonorità di Michele Tedesco e Gian Ranieri Bertoncini superano qualsiasi barriera musicale liberando ed equilibrando la potenzialità dei loro brano tra improvvisazione e percorsi musicali precostituiti e prestabiliti.

Incontro con Michele Tedesco e Gian Ranieri Bertoncini

Come è avvenuto il vostro primo

Michele Tedesco e Gian Ranieri Bertoncini

incontro con la musica?

GRB: Non ho un riferimento preciso… penso di esserne stato sempre attratto in modo viscerale. Se intendiamo invece definire un ingresso “ufficiale” allora già intorno agli 11 anni ho iniziato a far parte di gruppi nati nell’ambito scolastico, nei quali peraltro non suonavo la batteria. Ho iniziato come cantante/flautista passando poi al basso elettrico, chitarra, sax contralto. Il flauto è diventato successivamente lo strumento con cui ho iniziato un percorso di studi che mi ha portato al conseguimento del diploma di conservatorio. Ma nel frattempo mi sono dedicato sempre di più alla batteria su cui poi ho definitivamente riposto la mia attenzione.

MT: I miei genitori sono due clarinettisti, anche se non in termini professionali. Mio padre ha sempre diretto orchestre di fiati, le cosiddette “ bande”. Queste ultime, per me, hanno costituito la prima forma di repertorio che abbia mai ascoltato. A 3 anni ho cominciato a suonare il pianoforte e a 11 anni la tromba fino a diplomarmi in Conservatorio in entrambi. Penso di non essermi mai soffermato a chiedermi veramente se volessi o meno fare il musicista. La musica mi si è presentata fin dai miei primi giorni, l’ho colta, e mi sono adoperato per trasformarla nel mio lavoro e nella mia vita.

Michele Tedesco e Gian Ranieri Bertoncini, “Two and The Machine” (2024)

Come nasce la vostra collaborazione musicale?

GRB: È esemplificativo di quanto la vita possa avere risvolti imprevedibili… Il nostro primo incontro, pur abitando in due cittadine a pochi chilometri di distanza, è stato in occasione di un concerto a Trento, ossia da tutt’altra parte, con un formazione in cui lavoravamo da “gregari”, nel senso che non era un nostro progetto. Ma quasi immediatamente abbiamo cominciato a sentire un’affinità di intenti che ci a portato a condividere il nostro percorso e direi, almeno per quel che mi riguarda, con ottimi risultati. Oltre a scoprire comuni intenti musicali ci siamo trovati molto bene sul piano organizzativo, siamo entrambi un po’ stacanovisti… Ndr : nonostante 36 anni di distanza anagrafica, il vecchio sono io 🙂

Cosa ha ispirato il progetto musicale di Two and The Machine?

GRB: Il progetto è partito da una mia proposta. Lavorando da tempo sull’elettronica mi è sembrato il momento adatto, dopo aver incontrato Michele, di poter lavorare assieme come duo ma arricchendo le possibilità sonore con l’uso del computer. Michele si è dimostrato immediatamente disponibile e la sue capacità di ottimo “lettore di musica” e superbo improvvisatore hanno facilitato di molto la realizzazione di alcune idee che coltivavo da tempo. Quindi ho potuto dedicarmi alla composizione sapendo di poter contare su un ottimo strumentista con in più una proficua comunione di intenti. Per un musicista direi che è il massimo che si può chiedere!

Michele Tedesco

MT: A seguito del nostro primo incontro, Gianni mi ha espresso la sua volontà nel voler creare una combinazione “alternativa” , per così dire, in duo, con l’utilizzo dell’elettronica. Ho sempre avvertito, fin dagli studi classici, una forte compatibilità emotiva con tutti quei generi, forme, stili musicali il cui obiettivo, tra gli altri, fosse anche quello di destabilizzare, invertire e decontestualizzare tutto ciò che si potesse avvertire come “ consueto”. Per questa ragione, ho immediatamente accolto con entusiasmo la sua proposta. Oltre a ciò, sono stato attirato dalla personalità stessa di Gianni, un uomo dove la vita e l’arte sono una cosa sola, sia nei risvolti felici che in quelli più complicati.

A cosa è dovuto il titolo del vostro album?

GRB: Penso sia palesemente l’esemplificazione dell’organico che si è venuto a creare: due entità umane ed una digitale che collaborano. So che può sembrare un tantino esagerato mettere al pari l’umano e il digitale ma in realtà penso che il computer, almeno per quel che riguarda la mia esperienza, possa stimolare percorsi molto creativi, entrando a far parte attiva del processo di creazione musicale.

È corretto definire la vostra musica con l’aggettivo “sperimentale”? E quale vuole essere il suo messaggio?

Gian Ranieri Bertoncini e Michele Tedesco

GRB: Due domande molto impegnative, che messe insieme formano un domandone! Se per “sperimentale” si intende un termine che l’essere umano adotta per definire musicalmente un prodotto arduo all’ascolto direi proprio di no. Ho sempre ritenuto che ci sia musica che ti “prende” al primo ascolto e che solitamente ti apre nuove conoscenze e musica che ti “scivola addosso” e che non ti stimola all’approfondimento. Non ho mai avuto preclusioni rispetto all’ascolto dei più svariati cosiddetti generi musicali, puoi trovare quello che ti stimola sia nella musica per uno spot pubblicitario che nella Passione Secondo S. Giovanni di Bach. Se invece per “sperimentale” intendiamo quel qualcosa che scatta nel processo creativo, ossia di tentare di percorrere strade alternative a quelle in cui siamo più al sicuro, allora assolutamente sì. Orecchie e porte aperte, mi piace concedermi questo lusso sfrenato di suoni organizzati secondo l’estro del momento. Ovvio che possono trovare più o meno riscontro nell’altrui interesse ma non è questo il punto d’arrivo né quello di partenza : c’è già troppa musica in giro in cui si riconosce una profonda superficialità, siamo già ampiamente a posto in quel senso. Alla seconda domanda risponderò dicendo: nessun specifico messaggio in senso strettamente musicale, ognuno è libero di entrare e giocare con ciò che i pezzi gli evocano. E mantenerne un parte nel proprio io o sganciarsene totalmente. L’importante è suscitare curiosità, riuscire a rapire la mente per qualche minuto. Poi i brani veicolano messaggi “altri” con connotazioni specifiche riguardo ad alcune tematiche che ci stanno a cuore; la musica diventa il cavallo, il messaggio la carrozza che viene trascinata.

MT: Penso, per quanto mi riguarda, che ci si possa definire sperimentali poiché analizziamo concetti ai fini di trovarne una contraria definizione. Esprimiamo in musica idee tramite ciò che quelle idee non vogliono o non dovrebbero esprimere. Una sorta di apprendimento per sole antifrasi il cui messaggio potrebbe risiedere in una forma di appagante sublimazione inerente al desiderio di fuoriuscita dagli usuali schemi non per volontà, ma per mancata integrazione con essi.

Quanto è stato difficile (o semplice) tradurre in musica e trovare la giusta armonia tra la creatività umana e il lavorio della macchina?

GRB: Per me è stato assolutamente naturale, avendo usato la componente “elettronica” da sempre o meglio, dalla fine degli anni settanta ai primi ottanta, cioè da quando il MIDI ha permesso cose a livello domestico fino ad allora appannaggio di grandi studi con conseguenti altissimi budget di investimento. È stata una vera rivoluzione che, come ci insegna la storia, può apportare grandi benefici ma nel contempo creare gigantesche mostruosità (vedi l’uso e abuso di un mezzo superlativo come Internet). D’altronde l’uomo si è sempre contraddistinto come appartenente ad una specie in grado di creare cose formidabili ma nel contempo di riuscire ad usarle in maniera totalmente controproducente.

MT: Studiando ho capito che la libertà deriva solamente da un profondo senso di disciplina. Con due esseri umani liberi e una macchina disciplinata, dunque, il risultato, per quanto complicato, si è tradotto in una concezione di naturalezza assai sentita. Da ciò ne consegue anche che la ricerca della naturalezza sia forse la cosa più innaturale che ci sia, poiché frutto di un dialogo tra 2 entità visceralmente contraddistinte tra loro.

L’impatto ambientale, l’ecologia, l’inquinamento, le contraddizioni dell’uomo moderno e delle sue abitudini… in che modo siete riusciti a tradurre queste importanti tematiche in musica? Qual è stato il primo passo da compiere in tal senso?

Gian Ranieri Bertoncini e Michele Tedesco

GRB: Come già detto le due cose sono correlate ma non necessariamente hanno la stessa origine. Per esempio ho intitolato “Plastic Noodles” una delle composizioni perché dopo aver ultimato il lavoro, riascoltandolo nella sua completezza, mi sono ritrovato mentalmente in uno scenario alla “Blade Runner” in cui un distinto anziano cinese degustava un piatto di spaghetti sintetizzati dalla plastica, pensando a quanto ne siamo invasi e sommersi. Ancora una volta: la plastica di per sé stessa è un ottimo materiale, economico e versatile. l’uso ed abuso che noi ne facciamo è deleterio.

MT: Il primo passo è stato accettare il fatto che le contraddizioni umane, di per sé, definiscono la natura più univoca ed integra dell’uomo stesso. Non abbiamo fornito problemi né soluzioni. Ci siamo fatti “impressionisticamente” guidare dalla singolare molteplicità della condizione umana, con la speranza che l’ ascoltatore metta insieme le diverse visioni musicali fornitegli per giungere ad un prodotto di sintesi di carattere strettamente personale.

L’improvvisazione quanto è importante in Two and The Machine?

 GRB: Totalmente. Esecutivamente ed anche in fase compositiva. La casualità è sempre stato il punto focale del mio approccio creativo, non potrei mai farne a meno. Intendiamoci: casualità non significa non-organizzazione, significa tenere sempre, come già detto, le porte aperte e lasciare che il “caso”, in alcuni momenti possa farci cambiare direzione, scoprendo nuovi territori e percorsi altrimenti impraticabili.

Michele Tedesco

MT: La definirei un elemento imprescindibile. Improvvisare sui brani di questo disco è una sensazione sibillina, per certi versi, ma, allo stesso tempo, limpida e chiara.È come improvvisare sulla struttura di uno standard jazz, i cui accordi, seppur qui presenti naturalmente, vengano sostituiti da pilastri portanti, punti fondanti intrisi di sfere emotive definite ma mutevoli. Una guida all’improvvisazione che non desidera esserlo nell’essenza. Concludendo, in questo disco, l’improvvisazione è serva del dualismo, a 360 gradi, e della relatività concettuale.

Quali sono i musicisti e i brani che hanno influenzato e plasmato la vostra formazione artistica?

 GRB: Mi è veramente difficile rispondere, sono veramente tante le fonti. Mettiamola così: il mio primo acquisto, nel senso di soldini risparmiati e messi da parte allo scopo, fu “Sabbath Bloody Sabbath” dei Black Sabbath, mentre ascoltavo una marea di musica classica consumando una raccolta di dischi che mia madre aveva acquistato (la gloriosa collana edita dalla Fabbri negli anni ’70). Poco dopo corsi a comprare “Sweetnighter” dei Weather Report e a ruota “A love Supreme” di Coltrane. Sufficiente per dare l’idea del melting pot mentale? Da allora è sempre stato così, con innamoramenti a tratti più radicali: David Sylvian, David Bowie, Bill Frisell, John Cage, Elisa, Debussy, Dave Douglas, Strawinsky, Area, Perigeo, Aphex Twin, Ivan Graziani… potrei andare avanti un bel po’… notavo mentre scrivevo: non mi è venuto in mente un particolare batterista… è probabile sia dovuto all’approccio empirico che ho da sempre con questo strumento. Non vorrei essere frainteso: lo studio e la tecnica sono fattori importantissimi ma a volte anche l’incoscienza può generare buoni frutti.

MT: Potrei dire che la base della mia ricerca musicale è frutto del connubio di due artisti in particolare: Arnold Schöenberg e Miles Davis, con particolare riferimento alle produzioni che vanno dal suo secondo quintetto fino alle più spinte esperienze free e rock. Intendiamoci, non ascolto “solamente” questi due artisti, anche se penso non basterebbe un’intera esistenza per comprenderli appieno, ma cerco di evidenziare musicisti che abbiano, perlomeno per me, dei tratti in comune con questo “anticonformistico duo”. Alcuni esempi potrebbero essere Wayne Shorter, David Bowie, Maria Schneider, Donny McCaslin, Christian Lillinger, Peter Evans e Dave Douglas.

Michele Tedesco e Gian Ranieri Bertoncini, “Two and The Machine” (2024)

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

GRB-MT: Tutti quelli che si presenteranno, cercando di far progredire Two and the Machine il più possibile, non tanto per il “successo” del progetto quanto per riuscire a lavorarci con serenità e onestà intellettuale, come finora è accaduto. Componenti che speriamo traspaiano dalla nostra musica. Colgo l’occasione per ricordare il prezioso sostegno che nusica.org ci ha fornito, è una struttura altamente professionale nella quale lavorano persone competenti e dinamicamente attive. Un particolare grazie quindi ad Alessandro Fedrigo e a tutto l’efficientissimo staff!

 

 

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